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Morte e rispetto perduto

Domanda:

Mio padre è morto tra le mani di chi, dicendo di poterlo aiutare, stava facendo esperienza sui tumori ai polmoni. Con lui è morto il mio rispetto per tutti quelli che non mi rispettano, vecchi e giovani malati e non. A dirla più brevemente non m’importa più di niente e di nessuno. Questo atteggiamento non è indicato nell’ambiente del mio lavoro, per cui mi vesto di una maschera sorridente e di parole false per continuare a vivere…


Risposta:

Gentile Amica,

grazie per aver condiviso il Suo dolore. La domanda inespressa nelle Sue brevi righe è, forse, la richiesta di un «perché». Perché chi dice di poter curare gli altri, fa poi esperienza  nel campo dei tumori al polmone? Perché dovrei rispettare gli altri, se non ricevo rispetto dagli altri? Di qui alla superficialità e all'ipocrisia sul lavoro - e magari anche in altri ambiti – il passo è breve.

Che la medicina aiuti il malato seguendo protocolli precisi e diffusi ormai ovunque nel mondo è un fatto. Ma è anche un fatto che ogni nuovo caso di malattia entra a far parte di una statistica che, per quanto fredda, consente di sapere quante persone ce l'hanno fatta e quante no. Però dalle Sue parole emerge, mi sembra, un grido contro chi fa esperienza sui mali altrui e soprattutto sulla mancanza di rispetto per il malato, per i famigliari.

Qualche considerazione sui medici non sarà qui fuori luogo. Spesso – anche se non sempre – per loro il malato non è che un numero in una corsia; un numero su una cartella clinica; un oggetto cui somministrare farmaci secondo un protocollo fissato. Ci si fida soltanto del progresso farmacologico e delle più moderne macchine biomediche, ma si dimentica la persona.

Ci si dovrebbe avviare, invece, a insegnare, imparare e praticare una medicina più umana, in cui il rapporto medico-paziente sia fondamentale nel proseguire la cura e nell'affrontare tutte le conseguenze: anche la conseguenza estrema, la morte. Il medico non dovrebbe allontanarsi al momento della morte, ma dovrebbe assistere il paziente – che resta in ogni caso il soggetto dell’assistenza medica – con opportune terapie del dolore e anche con una vicinanza umana. Il pensiero e la realtà della morte, inoltre, non vanno rimossi. La morte resta sempre possibile, anche con le medicine più avanzate e le macchine più progredite. Occorre piuttosto considerare che vita e morte sono tra loro intrecciate. Purtroppo, oggi, avendo perduto il senso della vita, abbiamo perduto anche il senso della morte.

E tuttavia l'essere umano, forse a differenza dell'animale, conosce l'inevitabilità e l'universalità della morte, e con essa può confrontarsi spiritualmente. Gesù dice: «Se il chicco di frumento, caduto nella terra, non muore, resterà solo. Ma se muore, allora produrrà molto frutto» (Giovanni 12, 24). Scrive Dostoevskij: «Io so e sento che la mia vita inclina verso la sua fine, ma anche alla fine di ogni giorno io so che questa vita terrena trapassa in una vita nuova, a me ancora sconosciuta, ma già chiaramente avvertita, il cui presentimento fa tremare e fremere la mia anima, colmandola insieme di un profondo entusiasmo» (Considerazioni religiose).

Forse, la convinzione fiduciosa – basata sulla parola di Cristo – di una vita che non cessa con la morte potrebbe aiutare a rompere il tabù della morte sia nei medici che nei pazienti.
Le auguro di ritrovare il senso della vita, e di ritrovarlo in quel Cristo Gesù che ha dato la Sua vita anche per Lei, come per tutti noi, mostrando affetto e rispetto incommensurabili per la persona umana. è lui il medico che può ancora lenire i nostri dolori più intimi e curare le piaghe interiori che nessun'altra terapia può alleviare, perché ha in Sé un genere di Vita unica, che vuole condividere anche con Lei.

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