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Chiesa di Cristo Gesù a Pomezia
testimoniamo Cristo crocifisso e risorto

La provvidenza (e il miracolo) Riflessioni su Gen. 22 Nella Bibbia non esiste il miracolo per il miracolo Il significato di miracolo secondo la Parola di Dio[1] può essere utilmente sintetizzato con le parole di un dotto studioso: Non il ‘prodigioso’ per il prodigioso (…) interessa la Bibbia. (…) Non ad una qualsiasi ‘meraviglia’ dell’uomo i miracoli fanno appello, ma a quella precisa ‘meraviglia’ che colpisce l’uomo nella sua profonda dimensione di essere storico alla ricerca di senso e di salvezza. I miracoli non sono una dimostrazione arbitraria dell’onnipotenza di Dio, ma sono contestuali alla storia sacra della promessa salvifica. Essi palesano che è attualmente operante la signoria di Dio, la sua potenza escatologica di guarigione e di salvezza, e perciò convalidano i detentori storici di questa promessa: patriarchi, profeti, Gesù Cristo.[2] Il miracolo nella Bibbia è segno che afferma, indica, attesta, è gesto significativo che: · Gesù è un uomo venuto da Dio (Gv. 3,1 s.; 10,25.37-38); · gli aspostoli e alcuni dei primi credenti parlano a nome di Dio, la loro parola è da Dio (Mc. 16,20; si accoglie qui la tradizione testuale di Mc. 16,9-20 assente nei due più antichi manoscritti; quanto espresso in Mc 16,20 è comunque attestato pure in Eb. 2,3-4 dove il verbo «aggiungeva» è al passato, il che significa che i segni potenti, conferma divina della parola annunciata, erano già cessati nel momento in cui l’Autore redigeva l’epistola agli Ebrei); · i segni significativi per suscitare la fede sono ormai attestati nelle scritture: «Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri miracoli che non sono scritti in questo libro; ma queste cose sono scritte affinché crediate…», cioè affinché generino in voi la fiducia e quindi la salvezza per fede ubbidiente (Gv. 20,30-31). «Dov’è l’agnello per l’olocausto? (…) Dio se lo provvederà» (Gen. 22,8) Le nostre considerazioni sulla provvidenza muovono da un brano ben noto che qui riportiamo per comodità del lettore: Dopo queste cose Dio mise alla prova Abrahamo e gli disse: «Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico figlio, colui che tu ami, Isacco, va' nel paese di Moriah e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che io ti dirò». Così Abrahamo si alzò al mattino presto, mise il basto al suo asino, prese con sé due dei suoi servi e Isacco suo figlio e spaccò della legna per l'olocausto; poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. Il terzo giorno Abrahamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abrahamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi ritorneremo da voi». Così Abrahamo prese la legna per l'olocausto e la caricò su Isacco suo figlio; poi prese in mano sua il fuoco e il coltello e s'incamminarono tutt'e due insieme. E Isacco parlò a suo padre Abrahamo e disse: «Padre mio!». Abrahamo rispose: «Eccomi, figlio mio». E Isacco disse: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». Abrahamo rispose: «Figlio mio, Dio provvederà egli stesso l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutt'e due insieme. Così giunsero al luogo che Dio gli aveva indicato, e là Abrahamo edificò l'altare e vi accomodò la legna; poi legò Isacco suo figlio e lo depose sull'altare sopra la legna. Abrahamo quindi stese la mano e prese il coltello per uccidere suo figlio. Ma l'Angelo dell'Eterno lo chiamò dal cielo e disse: «Abrahamo, Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». L'Angelo disse: «Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non gli fare alcun male; ora infatti so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo figlio». Allora Abrahamo alzò gli occhi e guardò; ed ecco dietro di lui un montone, preso per le corna in un cespuglio. Così Abrahamo andò, prese il montone e l'offerse in olocausto invece di suo figlio. E Abrahamo chiamò quel luogo Jehovah Jireh. Per questo si dice fino al giorno d'oggi: «Al monte dell'Eterno sarà provveduto». L'Angelo dell'Eterno chiamò dal cielo Abrahamo una seconda volta e disse: «Io giuro per me stesso, dice l'Eterno, poiché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, l'unico tuo figlio, io certo ti benedirò grandemente e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua discendenza possederà la porta dei suoi nemici. E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce» (Gen. 22,1 ss.; vers. Nuova Diodati). La domanda, lecita e giusta, posta ad Abramo dal giovane Isacco, riguarda una necessità impellente: padre, siamo qui per un atto sacrificale, ma come potremo compierlo se siamo privi dell’agnello? Abbiamo la legna, il fuoco, il coltello, ma dov’è l’agnello da sacrificare? In quali e quante circostanze la vita ci costringe a porre domande che per rilevanza e impellenza sono fondamentali, esistenziali. Non le si deve fare? Bisogna accettare le cose così come sono? Non ci si deve chiedere nulla? Si tratta, come si suol dire, persino di domande religiosamente scorrette? Eppure il giovane e innocente Isacco pone proprio la domanda fondamentale. Beato lui, che la pone prima di tutti i «no» detti in nome di una religione che non ammette domande, neppure le più lecite, che non consente dubbi, neppure i più legittimi, e che mai risponde. La risposta di Abramo è coraggiosa perché fondata solo sulla fede: certezza impastata di speranza, ragionamento su cose che egli non vede (Ebr. 11,1). È una risposta che fida totalmente nella provvidenza di Dio che in un qualche modo provvederà: un modo al momento imperscrutabile, inimmaginabile. Quel Dio che esige ora da Abramo un atto (sacrifica Isacco!) contrario alla Sua stessa promessa: ieri la promessa di un figlio e di una discendenza numerosa come le stelle del firmamento, oggi l’ordine di sacrificare quello stesso, unico figlio! Chi ritiene che la fede sia un vago sentimento, una commozione interiore o una passeggiata in un prato di rose e viole è avvertito. La fede è anche rischio, e per fede Abramo risponde puntando tutto su Dio: Dio si provvederà l’agnello in qualche maniera. E quando la mano pronta a sgozzare viene fermata, quando un montone viene casualmente trovato fra i cespugli, la vicenda non va letta come storia a lieto fine, altrimenti la si banalizza. Dio, è vero, provvede all’agnello, ma questa sua provvidenza è intrinsecamente connessa alla confidanza o fiducia di Abramo. Ogni credente, proprio come Abramo, con la propria fede è dunque chiamato a collaborare con la provvidenza di Dio: [L'Angelo] riprese: «Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio, e non mi hai rifiutato il tuo figliolo, il tuo unico». Allora Abrahamo alzò gli occhi e vide che vi era un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abrahamo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto al posto del suo figliolo. E Abrahamo chiamò il nome di quel luogo: «Iahvé provvede», onde oggi si dice: «Sul monte Iahvé provvede» (Gen. 22,12-14; trad. a cura di E. Galbiati, A. Penna, P. Rossano, Utet, Torino, 1963). Quel nome singolare, «Iahvé provvede», non è affatto un semplice detto, frutto di sapienza popolare, ma indica un aspetto nuovo del Dio di Abramo e rispecchia un effettivo agire di Dio secondo un criterio di cooperazione tra la sua provvidenza e la persona che si fida di Lui, che cioè confida nella Sua provvidenzialità. Questo è il criterio che evita ogni forma di fideismo (starsene a braccia conserte ad aspettare la manna dal cielo) e di superstizione religiosa. No! Occorre piuttosto ubbidire confidando nel Dio-che-provvede. Se seguissimo questo insegnamento fondamentale, quante ansietà in meno, quanti dolori risparmiati! Proprio questo è il concetto ribadito da Gesù nel sermone della montagna: Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi o uomini di poca fede? Non siate dunque in ansietà, dicendo: Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo? Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose, il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno (Mt. 6,30-34). L’individuo calcolatore non capirà mai che se la priorità è davvero la giustizia e il regno di Dio, tutte queste cose saranno provvedute come un sovrappiù. Con gli avanzi della provvidenza c’è da sfamare e da vestire il mondo intero. Ma chi non ha occhi per vedere la provvidenza, non ci crede. Un criterio esistenziale: la provvidenza di Dio cooperante con la fiducia personale Il credente alza lo sguardo e vede – per fede fiduciosa, appunto – la provvidenza di Dio nella propria esistenza e vi si affida. È proprio Abramo infatti, e non un angelo, che afferma: «Dio si provvederà l’agnello». La provvidenza si vede per fede e si realizza col tempo, più o meno breve, più o meno lungo; cioè la provvidenza la si intravvede prima per fiducia, ma essa stessa si realizza dopo, ha bisogno di un tempo per manifestarsi. Per manifestarsi e realizzarsi, la provvidenza di Dio necessita della cooperazione della fede fiduciosa personale intesa in senso biblico, cioè della fede fiduciosa che agisce: «Abramo alzò gli occhi, guardò, e vide… un montone preso per le corna in un cespuglio… Abramo andò, prese il montone…» (Gen 22,13). Occorre dunque saper alzare gli occhi, guardare, vedere, altrimenti Isacco viene sì salvato, ma Abramo non sa che cosa offrire a Dio. Il montone poteva essersi intrappolato da sé nei cespugli (per carità, non si gridi al miracolo del montone!), ma Abramo avrebbe potuto non vederlo… o avrebbe potuto vederlo, ma esser troppo stanco o impigrito per andare ad afferrarlo… Invece solleva lo sguardo, vede, va e offre il sacrificio. Davvero, in questo senso, la fede personale cooperante con la provvidenzialità di Dio deve saper cogliere l’attimo fuggente (il carpe diem oraziano rivisitato in chiave biblica!). Episodi di provvidenza divina cooperante con la fiducia personale Tempi provvidenziali Forse perché non si sa che cosa dire, si torna al già detto (buon anno), oppure l’invasione neobarbarica è giunta a tale che si preferisce imitare un happy new year come si imita scherzetto o dolcetto ad Halloween. Si reiterano vecchie formule: anno nuovo…vita nuova? Poi però tutto si rivela vecchio, ripetitivo, scontato. Perché? Perché ci si illude: il 2008 sarà diverso dal 2007… ma non s’era detto lo stesso per il 2006? Poi invece è successo quel che è successo. L’illusione sta nell’arbitrarietà delle suddivisioni temporali. Che cosa finisce davvero il 31 dicembre? Che cosa mai inizia il primo di gennaio? Si tratta di mera convenzione, per giunta sbagliata persino nella datazione; tutti sanno infatti che c’è un errore di circa 4 o 7 anni in meno nel nostro computo degli anni. Ecco, invece, la visione provvidenziale che Dio ha del tempo, ecco che cos’è davvero il tempo: Ora, carissimi, non dimenticate quest'unica cosa: che per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento (2 Pt. 3,8-10). Anzitutto il tempo è relativo, vale pertanto l’equivalenza metaforica 1 giorno = 1000 anni e viceversa (che abbia davvero ragione Einstein?). In secondo luogo, il tempo è un fluire di pazienza che scorre per favorire – con la sua stessa fuga – il pensiero, il ripensamento, la riflessione e l’azione, cioè il ravvedimento, la conversione della persona, che Dio vuole viva («Dio non vuole che alcuno perisca»). Occorre non solo alzare gli occhi per vedere questo tempo di pazienza amorevole che fluisce, ma bisogna anche non starsene fermi e inerti, occorre arrestarlo con la propria conversione che inizia, sì, con la rinascita battesimale (Gv. 3,1-5; Rom. 6,1-5), ma continua ogni giorno della propria esistenza! Essa si attua «oggi», come consiglia Dio (2 Cor. 6,2b), perché l’«oggi» soltanto ci è dato: «finché si può dire ‘oggi’» affinché nessuno si indurisca per inganno del peccato (Ebr. 3,13). L’oggi è provvidenziale, l’oggi ci viene provveduto, non il domani. E nell’«oggi» la nostra vita può ricominciare davvero «nuova» perché Cristo la rende tale (Rom. 6,4). Persone e incontri provvidenziali Se quella donna non fosse mai andata in vacanza in un certo luogo non avrebbe mai incontrato quelle persone che le parlarono del Signore. Tempo dopo ella si convertì al vangelo: esempio di provvidenza vista e realizzata. Eppure lei non era sola in quella vacanza; era con lei suo marito, che non si convertì a Cristo: i suoi occhi non si levarono, e non vide la provvidenza, che gli passò accanto, ma egli non l’apprezzò. Ecco un uomo dal carattere un poco debole in quale incontra una giovane saggia, forte, intelligente, che sa guidarlo con discrezione e dolcezza; lei diviene per lui sostegno morale e spirituale oltre che fonte di grande provvidenza, prosperità e attività positive. La donna muore, il marito resta solo; agisce forse con fretta, sposa una donna senza fede, che riesce a dominarlo e a distoglierlo dalla fede in Gesù. Qui la provvidenza non ha avuto la cooperazione personale del credente il quale non ha saputo alzare lo sguardo e vedere e attendere con pazienza. Ma si può sempre sperare. Sperare e testimoniare. Onesiforo fu provvidenziale per Paolo in carcere. Chi legge il delicato brano nota la pena e l’amorevole ricerca di questo discepolo che vuole cercare e trovare l’apostolo per essergli di aiuto: Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché spesse volte egli mi ha confortato e non si è vergognato delle mie catene; anzi, venendo a Roma, mi ha cercato con molta sollecitudine e mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso di lui in quel giorno. Tu sai molto bene quanti servizi egli mi abbia reso in Efeso (2 Tim. 1,16 ss.). Nel corso suo ultimo processo a Roma, Paolo è costretto a scrivere: «Luca solo è con me» (2 Tim. 4,10b). In un momento cruciale in cui tutti l’avevano abbandonato (2 Tim. 4,16b), quale visione della provvidenza c’è in quelle parole di Paolo! Invece Dema, un collega nel vangelo, non ha saputo vedere e afferrare l’opportunità d’essere lui stesso provvidenziale per l’apostolo in carcere e lo ha abbandonato (2 Tim. 4,10). Ecco ad esempio una giovane coppia di genitori che soffre per la malattia del figlio; sorelle e fratelli in Cristo si prodigano per loro, li aiutano in ogni modo, sono loro vicini, li sostengono con affetto, preghiera e consigli; e i due genitori, grazie a questa presenza provvidenziale, riescono a superare per anni le prove, ad affrontare con più coraggio le circostanze negative in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato (esempio di provvidenza vista e realizzata). Poi, per un caso fortuito, le circostanze mutano, la coppia incontra persone sbagliate, che inducono i due a comportamenti cattivi. Dimentichi della provvidenza ricevuta, essi abbandonano Dio (esempio di occhi non sollevati, di provvidenza non vista e quindi disprezzata). Da tutto ciò deriva una conclusione fondamentale che ha risvolti davvero pratici: ogni uomo/donna è strumento della provvidenza di Dio per l’altro. Questo non è che corollario del più grande principio «Ama Dio con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, (con tutto te stesso) e ama il tuo prossimo come te stesso». Questo corollario, valido soprattutto per i credenti, spesso viene dimenticato. Occorre infatti saper alzare gli occhi, guardare, vedere e agire, collaborando con fiducia con Dio-che-provvede. Gli esempi tratti dalla vita quotidiana sono numerosi. Un nonno che sa parlare di Dio con semplicità alla propria nipotina può essere provvidenziale nella vita della bambina quando sarà divenuta donna. Una nonna che chieda al giovane nipote di leggerle brani dalla sua copia della Bibbia in un’antica traduzione e di volgere quella traduzione in un italiano più comprensibile può rivelarsi provvidenziale per le scelte che quel ragazzo farà da adulto. I genitori sono la provvidenza dei figli, ma dei genitori che li ossessionino con la venerazione dei beni materiali sono persone povere dentro e non saranno una provvidenza per la prole. Un amico che consenta ad un ragazzo di uscire da un ambiente famigliare angusto e ostile, e che lo aiuti a studiare e a progredire nella vita, è una provvidenza per il ragazzo, anche se costui se ne accorgerà solo quando sarà divenuto uomo, quando si volgerà indietro a riconsiderare la traccia della propria esistenza. Una persona che insegni con l’esempio a visitare gli ammalati tutti i giorni, interessandosi attivamente alle loro piccole necessità, quella persona può rivelarsi provvidenziale nel modo in cui noi nel futuro vedremo la condizione del malato e nel modo in cui agiremo verso i malati. La nostra società, in cui sono ormai caduti tutti i princìpi e tutte le certezze sono in crisi,[3] ha un bisogno estremo e urgente di riconoscere i segni della provvidenza. Invece si preferisce affidarsi a ciò che appare e che si tocca, ma che non potremo portare con noi là dove stiamo andando. Il datore di lavoro credente, che assume una persona, può ben essere la provvidenza per quel lavoratore: ecco perché il vangelo dice che quel datore di lavoro non deve sfruttare il lavoratore (Giac. 5,4), e che il lavoratore deve lavorare come se servisse Gesù stesso (Ef. 6,5-6). In tal modo e l’uno e l’altro saranno provvidenziali l’uno per l’altro. Ma anche qui, questa provvidenza va saputa vedere, vi si deve credere, agendo per il bene gli uni degli altri, agendo per fiducia. Tuttavia, in un mondo del lavoro in cui purtroppo conta la presunzione di chi alza la voce e parla forte per far vedere che sa, in cui conta l’orgoglio di chi avvilisce gli umili scoraggiandoli, è chiaro che non c’è posto per la provvidenza di Dio. Ecco perché trionfano i presuntuosi, i saccenti, gli arroganti. In molti hanno rinunciato a vedere la provvidenza di Dio, vogliono contare su se stessi soltanto, si ritengono autonomi e indipendenti perché, come si sente dire, si son fatti da sé – è Adamo/Eva, sempre lui/lei, che vuol vivere senza Dio, indipendentemente da Dio e finisce solo per creare danno e rovina a sé e agli altri. I risultati sono quelli che tutti vediamo, frutti tipici di una mentalità malata che la Bibbia chiama «peccato»; frutti bacati evidenti, per chi alza gli occhi per guardare e per riuscire a vedere. Ognuno lamenta molte cose: lavoro ingrato, ambiente di lavoro corrotto, ingiustizie, frustrazioni, mali, preoccupazioni… rari sono, persino fra i credenti, coloro che amano fare a tavola ciò che Gesù faceva proprio a tavola: parlare delle cose buone e grandi di Dio, del perdono, della vita, cioè della provvidenza che si manifesta in umiltà e pazienza. Egli è capace di ragionare amabilmente e far ragionare cordialmente della provvidenza di Dio. Perché non lo imitiamo? Non volgiamoci dall’altra parte per non vedere la sua provvidenza. Piuttosto, lottiamo per non farci condizionare e persino ossessionare da coloro che ci procurano ansie, invece di dire a noi stessi e agli altri: «è vero, ci sono tanti problemi, però grazie a Dio, io ho alzato lo sguardo e ho visto la provvidenza di Dio, la scorgo nella mia esistenza, la percepisco chiara nella mia vita di discepola o discepolo di Gesù, perché se Dio è per me, chi sarà contro di me? Di chi o di che cosa avrò paura? E così ho il coraggio di andare e afferrare il montone, cioè di fronteggiare cose e situazioni, e di compiere il mio sacrificio» (cfr. Rom. 8,31-39). La domanda scomoda: provvidenza divina anche nella morte? Se siamo onesti, l’incontro tra Dio e Abramo narrato in Gen. 22,8 costringe ad un’ultima domanda, la più ardua da affrontare, perché la richiesta del sacrificio dell’unico figlio è troppo alta per esser trattata come un qualsiasi altro comandamento. Ciò che è impossibile all’uomo, persino al credente Abramo, è possibile a Dio (Lc. 18,27). L’angelo ferma la mano di Abramo mentre questi ubbidisce per fede. Ma nessun angelo ferma l’azione del potere religioso-politico che condanna a morte Gesù, unigenito Figlio di Dio. D’accordo, confidare cooperando con la provvidenza di Dio mentre si è in vita, cioè nel momento dell’essere. Ma la questione è se si può rischiare di andare fino in fondo, fidando nella provvidenza di Dio anche nella morte, persino nella morte, cioè in quel che appare come non essere? Dunque, senza timori di rompere l’incantesimo fideistico falsamente religioso, e senza paura di porre domande sconvenienti, la questione è davvero: fiducia attiva nella provvidenzialità quando si è, ma anche quando non si è più? Su questo punto capitale non esistono esempi né paralleli né illustrazioni alternative. A ben vedere, la parete che stiamo scalando mostra una sola fessura, un solo appiglio. Vi è un caso, uno solo, unico, ineguagliabile che ci viene presentato come atto esemplare compiuto. Lo compie il Maestro. E quale maestria ha mostrato nel preparare questo aggancio essenziale! Con la sua angoscia di uomo (Lc. 22,44) e portando non solo il peso della croce, ma soprattutto quello dell’abbandono da parte di Dio (Mt. 27,46), che nessuna retorica da pulpito riuscirà mai a cancellare dal testo biblico, Gesù affronta la morte fidando nel Padre: «Nelle tue mani rimetto il mio spirito». In queste parole, quale confidanza nella provvidenza di Dio! Impariamole a mente, potrebbero tornarci utili alla fine, quando avremo bisogno di un segno con cui abbandonare questa vita. Chi dice d’essere discepolo o discepola di quel Maestro che ha pronunciato quelle parole, deve seguirlo anche su quel punto: per fede fiduciosa in Gesù, occorre fare come lui, alzare lo sguardo e vedere che se pure la malattia conduce a morte, se la vita stessa porta in sé la morte, anzi se nel giorno stesso della nostra nascita noi cominciamo a morire, eppure l’ultima parola non appartiene alla morte. Se c’è un Dio-che-provvede, e se ha provveduto davvero non col montone ma con la Resurrezione alla tragedia del Figlio unigenito, egli vedrà e provvederà anche per ciascuno dei suoi figli che confidano in lui. Anche questo è incluso nella promessa di Gesù: Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto; poiché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi picchia. E qual è l’uomo fra voi il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce gli dia un serpente? Se dunque voi che siete malvagi, spete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà Egli cose buone a coloro che gliele domandano! (Mt. 7,7 ss.). Ecco perché Davide può ragionevolmente scrivere parole che non sono frutto di follia, bensì espressione del suo incontro col Dio-che-provvede anche, e soprattutto, là dove l’uomo è più debole e misero, cioè nella morte: (…) anche se camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei male alcuno, perché tu sei meco (Sal. 23,4); (…) tu non lascerai l’anima mia nell’ades, e non permetterai che il tuo santo veda la corruzione. Tu m’hai fatto conoscere le vie della vita; tu mi riempirai di letizia con la tua presenza (Atti 2,25-28 / Sal. 16, 8 ss.). La provvidenza di Dio operante e cooperante con la fiducia personale sia davvero criterio di vita del credente. Possa quel Dio-che-provvede darci occhi per vedere la sua provvidenza, orecchie per udire la sua provvidenza, cuori per percepire la sua provvidenza e mani che sappiano faticare, cooperare con la sua provvidenza, afferrarla finché possiamo dire «oggi», per essere noi stessi strumenti di provvidenza per l’altro.   Comunità del Signore a Pomezia, domenica 30.12.2007 [R.T.]   Offriamo agli interessati la possibilità di conversazioni sulla provvidenza meravigliosa di Dio. Con quanti vogliono avvicinarsi al Gesù del vangelo, saremmo lieti di condividere ragionamenti anche su questo argomento. Per un appuntamento ci si può rivolgere a chiesa di Gesù Cristo, via Fratelli Bandiera, 2-4 00040 Pomezia-Roma (RM) email: info@chiesadicristopomezia.it tel: 339.5773986 chiesadicristopomezia.it - © Tutti i diritti riservati È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale   [1] Il tema del miracolo nella Bibbia come Parola autorevole di Dio è stato l’oggetto di lezioni precedentemente pubblicate (Pomezia, 2007). [2] V. Mannucci, Bibbia come parola di Dio, Queriniana, Brescia, 2004, 42-43. Queste parole dello studioso cattolico Valerio Mannucci (1932-1995) sono ottime perché in armonia con il concetto biblico di «miracolo», dovrebbero perciò far riflettere sulla miriade di miracoli presenti nel mondo contemporaneo (in tutte le religioni), i quali purtroppo alimentano e diffondono proprio l’errata concezione del miracolo per il miracolo, opposta a quella presentata nella Parola di Dio. [3] Si veda in proposito il bel saggio del neurologo e psichiatra di fama mondiale Vittorino Andreoli (Principia. La caduta delle certezze, BUR, Milano, 2007), il quale, dopo aver analizzato in modo puntuale e con grande senso di umanità la caduta dei princìpi e delle certezze che per secoli hanno guidato la nostra società, conclude con una sezione intitolata Princìpi di un uomo chiamato Cristo. È un testo sul quale mi riprometto di tornare.

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Considerazioni sulla provvidenza di Dio nella Bibbia e nella vita del credente

Nuova pagina 2

La provvidenza (e il miracolo)
Riflessioni su Gen. 22

Nella Bibbia non esiste il miracolo per il miracolo

Il significato di miracolo secondo la Parola di Dio[1] può essere utilmente sintetizzato con le parole di un dotto studioso:

Non il ‘prodigioso’ per il prodigioso (…) interessa la Bibbia. (…) Non ad una qualsiasi ‘meraviglia’ dell’uomo i miracoli fanno appello, ma a quella precisa ‘meraviglia’ che colpisce l’uomo nella sua profonda dimensione di essere storico alla ricerca di senso e di salvezza. I miracoli non sono una dimostrazione arbitraria dell’onnipotenza di Dio, ma sono contestuali alla storia sacra della promessa salvifica. Essi palesano che è attualmente operante la signoria di Dio, la sua potenza escatologica di guarigione e di salvezza, e perciò convalidano i detentori storici di questa promessa: patriarchi, profeti, Gesù Cristo.[2]

Il miracolo nella Bibbia è segno che afferma, indica, attesta, è gesto significativo che:

·        Gesù è un uomo venuto da Dio (Gv. 3,1 s.; 10,25.37-38);

·        gli aspostoli e alcuni dei primi credenti parlano a nome di Dio, la loro parola è da Dio (Mc. 16,20; si accoglie qui la tradizione testuale di Mc. 16,9-20 assente nei due più antichi manoscritti; quanto espresso in Mc 16,20 è comunque attestato pure in Eb. 2,3-4 dove il verbo «aggiungeva» è al passato, il che significa che i segni potenti, conferma divina della parola annunciata, erano già cessati nel momento in cui l’Autore redigeva l’epistola agli Ebrei);

·        i segni significativi per suscitare la fede sono ormai attestati nelle scritture: «Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri miracoli che non sono scritti in questo libro; ma queste cose sono scritte affinché crediate…», cioè affinché generino in voi la fiducia e quindi la salvezza per fede ubbidiente (Gv. 20,30-31).


 

«Dov’è l’agnello per l’olocausto? (…) Dio se lo provvederà» (Gen. 22,8)

Le nostre considerazioni sulla provvidenza muovono da un brano ben noto che qui riportiamo per comodità del lettore:

Dopo queste cose Dio mise alla prova Abrahamo e gli disse: «Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico figlio, colui che tu ami, Isacco, va' nel paese di Moriah e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che io ti dirò». Così Abrahamo si alzò al mattino presto, mise il basto al suo asino, prese con sé due dei suoi servi e Isacco suo figlio e spaccò della legna per l'olocausto; poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. Il terzo giorno Abrahamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abrahamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi ritorneremo da voi». Così Abrahamo prese la legna per l'olocausto e la caricò su Isacco suo figlio; poi prese in mano sua il fuoco e il coltello e s'incamminarono tutt'e due insieme. E Isacco parlò a suo padre Abrahamo e disse: «Padre mio!». Abrahamo rispose: «Eccomi, figlio mio». E Isacco disse: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?». Abrahamo rispose: «Figlio mio, Dio provvederà egli stesso l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutt'e due insieme. Così giunsero al luogo che Dio gli aveva indicato, e là Abrahamo edificò l'altare e vi accomodò la legna; poi legò Isacco suo figlio e lo depose sull'altare sopra la legna. Abrahamo quindi stese la mano e prese il coltello per uccidere suo figlio. Ma l'Angelo dell'Eterno lo chiamò dal cielo e disse: «Abrahamo, Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». L'Angelo disse: «Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non gli fare alcun male; ora infatti so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo figlio». Allora Abrahamo alzò gli occhi e guardò; ed ecco dietro di lui un montone, preso per le corna in un cespuglio. Così Abrahamo andò, prese il montone e l'offerse in olocausto invece di suo figlio. E Abrahamo chiamò quel luogo Jehovah Jireh. Per questo si dice fino al giorno d'oggi: «Al monte dell'Eterno sarà provveduto». L'Angelo dell'Eterno chiamò dal cielo Abrahamo una seconda volta e disse: «Io giuro per me stesso, dice l'Eterno, poiché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, l'unico tuo figlio, io certo ti benedirò grandemente e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua discendenza possederà la porta dei suoi nemici. E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce» (Gen. 22,1 ss.; vers. Nuova Diodati).

La domanda, lecita e giusta, posta ad Abramo dal giovane Isacco, riguarda una necessità impellente: padre, siamo qui per un atto sacrificale, ma come potremo compierlo se siamo privi dell’agnello? Abbiamo la legna, il fuoco, il coltello, ma dov’è l’agnello da sacrificare?

In quali e quante circostanze la vita ci costringe a porre domande che per rilevanza e impellenza sono fondamentali, esistenziali. Non le si deve fare? Bisogna accettare le cose così come sono? Non ci si deve chiedere nulla? Si tratta, come si suol dire, persino di domande religiosamente scorrette? Eppure il giovane e innocente Isacco pone proprio la domanda fondamentale. Beato lui, che la pone prima di tutti i «no» detti in nome di una religione che non ammette domande, neppure le più lecite, che non consente dubbi, neppure i più legittimi, e che mai risponde.

La risposta di Abramo è coraggiosa perché fondata solo sulla fede: certezza impastata di speranza, ragionamento su cose che egli  non vede (Ebr. 11,1). È una risposta che fida totalmente nella provvidenza di Dio che in un qualche modo provvederà: un modo al momento imperscrutabile, inimmaginabile. Quel Dio che esige ora da Abramo un atto (sacrifica Isacco!) contrario alla Sua stessa promessa: ieri la promessa di un figlio e di una discendenza numerosa come le stelle del firmamento, oggi l’ordine di sacrificare quello stesso, unico figlio! Chi ritiene che la fede sia un vago sentimento, una commozione interiore o una passeggiata in un prato di rose e viole è avvertito. La fede è anche rischio, e per fede Abramo risponde puntando tutto su Dio: Dio si provvederà l’agnello in qualche maniera. E quando la mano pronta a sgozzare viene fermata, quando un montone viene casualmente trovato fra i cespugli, la vicenda non va letta come storia a lieto fine, altrimenti la si banalizza.

Dio, è vero, provvede all’agnello, ma questa sua provvidenza è intrinsecamente connessa alla confidanza o fiducia di Abramo. Ogni credente, proprio come Abramo, con la propria fede è dunque chiamato a collaborare con la provvidenza di Dio:

[L'Angelo] riprese: «Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio, e non mi hai rifiutato il tuo figliolo, il tuo unico». Allora Abrahamo alzò gli occhi e vide che vi era un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abrahamo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto al posto del suo figliolo. E Abrahamo chiamò il nome di quel luogo: «Iahvé provvede», onde oggi si dice: «Sul monte Iahvé provvede» (Gen. 22,12-14; trad. a cura di E. Galbiati, A. Penna, P. Rossano, Utet, Torino, 1963).

Quel nome singolare, «Iahvé provvede», non è affatto un semplice detto, frutto di sapienza popolare, ma indica un aspetto nuovo del Dio di Abramo e rispecchia un effettivo agire di Dio secondo un criterio di cooperazione tra la sua provvidenza e la persona che si fida di Lui, che cioè confida nella Sua provvidenzialità.

Questo è il criterio che evita ogni forma di fideismo (starsene a braccia conserte ad aspettare la manna dal cielo) e di superstizione religiosa. No! Occorre piuttosto ubbidire confidando nel Dio-che-provvede. Se seguissimo questo insegnamento fondamentale, quante ansietà in meno, quanti dolori risparmiati! Proprio questo è il concetto ribadito da Gesù nel sermone della montagna:

Ora se Dio riveste in questa maniera l'erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi o uomini di poca fede? Non siate dunque in ansietà, dicendo: Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo? Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose, il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno (Mt. 6,30-34).

L’individuo calcolatore non capirà mai che se la priorità è davvero la giustizia e il regno di Dio, tutte queste cose saranno provvedute come un sovrappiù. Con gli avanzi della provvidenza c’è da sfamare e da vestire il mondo intero. Ma chi non ha occhi per vedere la provvidenza, non ci crede.

Un criterio esistenziale: la provvidenza di Dio cooperante con la fiducia personale

Il credente alza lo sguardo e vede – per fede fiduciosa, appunto – la provvidenza di Dio nella propria esistenza e vi si affida. È proprio Abramo infatti, e non un angelo, che afferma: «Dio si provvederà l’agnello».

La provvidenza si vede per fede e si realizza col tempo, più o meno breve, più o meno lungo; cioè la provvidenza la si intravvede prima per fiducia, ma essa stessa si realizza dopo, ha bisogno di un tempo per manifestarsi.

Per manifestarsi e realizzarsi, la provvidenza di Dio necessita della cooperazione della fede fiduciosa personale intesa in senso biblico, cioè della fede fiduciosa che agisce: «Abramo alzò gli occhi, guardò, e vide… un montone preso per le corna in un cespuglio… Abramo andò, prese il montone…» (Gen 22,13). Occorre dunque saper alzare gli occhi, guardare, vedere, altrimenti Isacco viene sì salvato, ma Abramo non sa che cosa offrire a Dio. Il montone poteva essersi intrappolato da sé nei cespugli (per carità, non si gridi al miracolo del montone!), ma Abramo avrebbe potuto non vederlo… o avrebbe potuto vederlo, ma esser troppo stanco o impigrito per andare ad afferrarlo… Invece solleva lo sguardo, vede, va e offre il sacrificio.

Davvero, in questo senso, la fede personale cooperante con la provvidenzialità di Dio deve saper cogliere l’attimo fuggente (il carpe diem oraziano rivisitato in chiave biblica!).

Episodi di provvidenza divina cooperante con la fiducia personale

Tempi provvidenziali

Forse perché non si sa che cosa dire, si torna al già detto (buon anno), oppure l’invasione neobarbarica è giunta a tale che si preferisce imitare un happy new year come si imita scherzetto o dolcetto ad Halloween. Si reiterano vecchie formule: anno nuovo…vita nuova? Poi però tutto si rivela vecchio, ripetitivo, scontato. Perché? Perché ci si illude: il 2008 sarà diverso dal 2007… ma non s’era detto lo stesso per il 2006? Poi invece è successo quel che è successo. L’illusione sta nell’arbitrarietà delle suddivisioni temporali. Che cosa finisce davvero il 31 dicembre? Che cosa mai inizia il primo di gennaio? Si tratta di mera convenzione, per giunta sbagliata persino nella datazione; tutti sanno infatti che c’è un errore di circa 4 o 7 anni in meno nel nostro computo degli anni.

Ecco, invece, la visione provvidenziale che Dio ha del tempo, ecco che cos’è davvero il tempo:

Ora, carissimi, non dimenticate quest'unica cosa: che per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento (2 Pt. 3,8-10).

Anzitutto il tempo è relativo, vale pertanto l’equivalenza metaforica 1 giorno = 1000 anni e viceversa (che abbia davvero ragione Einstein?). In secondo luogo, il tempo è un fluire di pazienza che scorre per favorire – con la sua stessa fuga – il pensiero, il ripensamento, la riflessione e l’azione, cioè il ravvedimento, la conversione della persona, che Dio vuole viva («Dio non vuole che alcuno perisca»).

Occorre non solo alzare gli occhi per vedere questo tempo di pazienza amorevole che fluisce, ma bisogna anche non starsene fermi e inerti, occorre arrestarlo con la propria conversione che inizia, sì, con la rinascita battesimale (Gv. 3,1-5; Rom. 6,1-5), ma continua ogni giorno della propria esistenza! Essa si attua «oggi», come consiglia Dio (2 Cor. 6,2b), perché l’«oggi» soltanto ci è dato: «finché si può dire ‘oggi’» affinché nessuno si indurisca per inganno del  peccato (Ebr. 3,13). L’oggi è provvidenziale, l’oggi ci viene provveduto, non il domani. E nell’«oggi» la nostra vita può ricominciare davvero «nuova» perché Cristo la rende tale (Rom. 6,4).

Persone e incontri provvidenziali

Se quella donna non fosse mai andata in vacanza in un certo luogo non avrebbe mai incontrato quelle persone che le parlarono del Signore. Tempo dopo ella si convertì al vangelo: esempio di provvidenza vista e realizzata. Eppure lei non era sola in quella vacanza; era con lei suo marito, che non si convertì a Cristo: i suoi occhi non si levarono, e non vide la provvidenza, che gli passò accanto, ma egli non l’apprezzò.

Ecco un uomo dal carattere un poco debole in quale incontra una giovane saggia, forte, intelligente, che sa guidarlo con discrezione e dolcezza; lei diviene per lui sostegno morale e spirituale oltre che fonte di grande provvidenza, prosperità e attività positive. La donna muore, il marito resta solo; agisce forse con fretta, sposa una donna senza fede, che riesce a dominarlo e a distoglierlo dalla fede in Gesù. Qui la provvidenza non ha avuto la cooperazione personale del credente il quale non ha saputo alzare lo sguardo e vedere e attendere con pazienza. Ma si può sempre sperare. Sperare e testimoniare.

Onesiforo fu provvidenziale per Paolo in carcere. Chi legge il delicato brano nota la pena e l’amorevole ricerca di questo discepolo che vuole cercare e trovare l’apostolo per essergli di aiuto:

Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo, perché spesse volte egli mi ha confortato e non si è vergognato delle mie catene; anzi, venendo a Roma, mi ha cercato con molta sollecitudine e mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso di lui in quel giorno. Tu sai molto bene quanti servizi egli mi abbia reso in Efeso (2 Tim. 1,16 ss.).

Nel corso suo ultimo processo a Roma, Paolo è costretto a scrivere: «Luca solo è con me» (2 Tim. 4,10b). In un momento cruciale in cui tutti l’avevano abbandonato (2 Tim. 4,16b), quale visione della provvidenza c’è in quelle parole di Paolo! Invece Dema, un collega nel vangelo, non ha saputo vedere e afferrare l’opportunità d’essere lui stesso provvidenziale per l’apostolo in carcere e lo ha abbandonato (2 Tim. 4,10).

Ecco ad esempio una giovane coppia di genitori che soffre per la malattia del figlio; sorelle e fratelli in Cristo si prodigano per loro, li aiutano in ogni modo, sono loro vicini, li sostengono con affetto, preghiera e consigli; e i due genitori, grazie a questa presenza provvidenziale, riescono a superare per anni le prove, ad affrontare con più coraggio le circostanze negative in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato (esempio di provvidenza vista e realizzata). Poi, per un caso fortuito, le circostanze mutano, la coppia incontra persone sbagliate, che inducono i due a comportamenti cattivi. Dimentichi della provvidenza ricevuta, essi abbandonano Dio (esempio di occhi non sollevati, di provvidenza non vista e quindi disprezzata).

 

Da tutto ciò deriva una conclusione fondamentale che ha risvolti davvero pratici: ogni uomo/donna è strumento della provvidenza di Dio per l’altro. Questo non è che corollario del più grande principio «Ama Dio con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, (con tutto te stesso) e ama il tuo prossimo come te stesso».

Questo corollario, valido soprattutto per i credenti, spesso viene dimenticato. Occorre infatti saper alzare gli occhi, guardare, vedere e agire, collaborando con fiducia con Dio-che-provvede. Gli esempi tratti dalla vita quotidiana sono numerosi.

Un nonno che sa parlare di Dio con semplicità alla propria nipotina può essere provvidenziale nella vita della bambina quando sarà divenuta donna. Una nonna che chieda al giovane nipote di leggerle brani dalla sua copia della Bibbia in un’antica traduzione e di volgere quella traduzione in un italiano più comprensibile può rivelarsi provvidenziale per le scelte che quel ragazzo farà da adulto. I genitori sono la provvidenza dei figli, ma dei genitori che li ossessionino con la venerazione dei beni materiali sono persone povere dentro e non saranno una provvidenza per la prole. Un amico che consenta ad un ragazzo di uscire da un ambiente famigliare angusto e ostile, e che lo aiuti a studiare e a progredire nella vita, è una provvidenza per il ragazzo, anche se costui se ne accorgerà solo quando sarà divenuto uomo, quando si volgerà indietro a riconsiderare la traccia della propria esistenza. Una persona che insegni con l’esempio a visitare gli ammalati tutti i giorni, interessandosi attivamente alle loro piccole necessità, quella persona può rivelarsi provvidenziale nel modo in cui noi nel futuro vedremo la condizione del malato e nel modo in cui agiremo verso i malati. La nostra società, in cui sono ormai caduti tutti i princìpi e tutte le certezze sono in crisi,[3] ha un bisogno estremo e urgente di riconoscere i segni della provvidenza. Invece si preferisce affidarsi a ciò che appare e che si tocca, ma che non potremo portare con noi là dove stiamo andando.

Il datore di lavoro credente, che assume una persona, può ben essere la provvidenza per quel lavoratore: ecco perché il vangelo dice che quel datore di lavoro non deve sfruttare il lavoratore (Giac. 5,4), e che il lavoratore deve lavorare come se servisse Gesù stesso (Ef. 6,5-6). In tal modo e l’uno e l’altro saranno provvidenziali l’uno per l’altro. Ma anche qui, questa provvidenza va saputa vedere, vi si deve credere, agendo per il bene gli uni degli altri, agendo per fiducia.

Tuttavia, in un mondo del lavoro in cui purtroppo conta la presunzione di chi alza la voce e parla forte per far vedere che sa, in cui conta l’orgoglio di chi avvilisce gli umili scoraggiandoli, è chiaro che non c’è posto per la provvidenza di Dio. Ecco perché trionfano i presuntuosi, i saccenti, gli arroganti. In molti hanno rinunciato a vedere la provvidenza di Dio, vogliono contare su se stessi soltanto, si ritengono autonomi e indipendenti perché, come si sente dire, si son fatti da sé – è Adamo/Eva, sempre lui/lei, che vuol vivere senza Dio, indipendentemente da Dio e finisce solo per creare danno e rovina a sé e agli altri. I risultati sono quelli che tutti vediamo, frutti tipici di una mentalità malata che la Bibbia chiama «peccato»; frutti bacati evidenti, per chi alza gli occhi per guardare e per riuscire a vedere.

Ognuno lamenta molte cose: lavoro ingrato, ambiente di lavoro corrotto, ingiustizie, frustrazioni, mali, preoccupazioni… rari sono, persino fra i credenti, coloro che amano fare a tavola ciò che Gesù faceva proprio a tavola: parlare delle cose buone e grandi di Dio, del perdono, della vita, cioè della provvidenza che si manifesta in umiltà e pazienza. Egli è capace di ragionare amabilmente e far ragionare cordialmente della provvidenza di Dio. Perché non lo imitiamo?

Non volgiamoci dall’altra parte per non vedere la sua provvidenza. Piuttosto, lottiamo per non farci condizionare e persino ossessionare da coloro che ci procurano ansie, invece di dire a noi stessi e agli altri: «è vero, ci sono tanti problemi, però grazie a Dio, io ho alzato lo sguardo e ho visto la provvidenza di Dio, la scorgo nella mia esistenza, la percepisco chiara nella mia vita di discepola o discepolo di Gesù, perché se Dio è per me, chi sarà contro di me? Di chi o di che cosa avrò paura? E così ho il coraggio di andare e afferrare il montone, cioè di fronteggiare cose e situazioni, e di compiere il mio sacrificio» (cfr. Rom. 8,31-39).

La domanda scomoda: provvidenza divina anche nella morte?

Se siamo onesti, l’incontro tra Dio e Abramo narrato in Gen. 22,8 costringe ad un’ultima domanda, la più ardua da affrontare, perché la richiesta del sacrificio dell’unico figlio è troppo alta per esser trattata come un qualsiasi altro comandamento. Ciò che è impossibile all’uomo, persino al credente Abramo, è possibile a Dio (Lc. 18,27). L’angelo ferma la mano di Abramo mentre questi ubbidisce per fede. Ma nessun angelo ferma l’azione del potere religioso-politico che condanna a morte Gesù, unigenito Figlio di Dio.

D’accordo, confidare cooperando con la provvidenza di Dio mentre si è in vita, cioè nel momento dell’essere. Ma la questione è se si può rischiare di andare fino in fondo, fidando nella provvidenza di Dio anche nella morte, persino nella morte, cioè in quel che appare come non essere? Dunque, senza timori di rompere l’incantesimo fideistico falsamente religioso, e senza paura di porre domande sconvenienti, la questione è davvero: fiducia attiva nella provvidenzialità quando si è, ma anche quando non si è più?

Su questo punto capitale non esistono esempi né paralleli né illustrazioni alternative. A ben vedere, la parete che stiamo scalando mostra una sola fessura, un solo appiglio. Vi è un caso, uno solo, unico, ineguagliabile che ci viene presentato come atto esemplare compiuto. Lo compie il Maestro. E quale maestria ha mostrato nel preparare questo aggancio essenziale!

Con la sua angoscia di uomo (Lc. 22,44) e portando non solo il peso della croce, ma soprattutto quello dell’abbandono da parte di Dio (Mt. 27,46), che nessuna retorica da pulpito riuscirà mai a cancellare dal testo biblico, Gesù affronta la morte fidando nel Padre: «Nelle tue mani rimetto il mio spirito». In queste parole, quale confidanza nella provvidenza di Dio! Impariamole a mente, potrebbero tornarci utili alla fine, quando avremo bisogno di un segno con cui abbandonare questa vita.

Chi dice d’essere discepolo o discepola di quel Maestro che ha pronunciato quelle parole, deve seguirlo anche su quel punto: per fede fiduciosa in Gesù, occorre fare come lui, alzare lo sguardo e vedere che se pure la malattia conduce a morte, se la vita stessa porta in sé la morte, anzi se nel giorno stesso della nostra nascita noi cominciamo a morire, eppure l’ultima parola non appartiene alla morte. Se c’è un Dio-che-provvede, e se ha provveduto davvero non col montone ma con la Resurrezione alla tragedia del Figlio unigenito, egli vedrà e provvederà anche per ciascuno dei suoi figli che confidano in lui. Anche questo è incluso nella promessa di Gesù:

Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto; poiché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi picchia. E qual è l’uomo fra voi il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce gli dia un serpente? Se dunque voi che siete malvagi, spete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà Egli cose buone a coloro che gliele domandano! (Mt. 7,7 ss.).

Ecco perché Davide può ragionevolmente scrivere parole che non sono frutto di follia, bensì espressione del suo incontro col Dio-che-provvede anche, e soprattutto, là dove l’uomo è più debole e misero, cioè nella morte:

(…) anche se camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei male alcuno, perché tu sei meco (Sal. 23,4);

(…) tu non lascerai l’anima mia nell’ades,
e non permetterai che il tuo santo veda la corruzione.
Tu m’hai fatto conoscere le vie della vita;
tu mi riempirai di letizia con la tua presenza (Atti 2,25-28 / Sal. 16, 8 ss.).

La provvidenza di Dio operante e cooperante con la fiducia personale sia davvero criterio di vita del credente. Possa quel Dio-che-provvede darci occhi per vedere la sua provvidenza, orecchie per udire la sua provvidenza, cuori per percepire la sua provvidenza e mani che sappiano faticare, cooperare con la sua provvidenza, afferrarla finché possiamo dire «oggi», per essere noi stessi strumenti di provvidenza per l’altro.

 

Comunità del Signore a Pomezia, domenica 30.12.2007   [R.T.]

 

Offriamo agli interessati la possibilità di conversazioni sulla provvidenza meravigliosa di Dio.
Con quanti vogliono avvicinarsi al Gesù del vangelo, saremmo lieti di condividere ragionamenti anche su questo argomento.

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[1] Il tema del miracolo nella Bibbia come Parola autorevole di Dio è stato l’oggetto di lezioni precedentemente pubblicate (Pomezia, 2007).

[2] V. Mannucci, Bibbia come parola di Dio, Queriniana, Brescia, 2004, 42-43. Queste parole dello studioso cattolico Valerio Mannucci (1932-1995) sono ottime perché in armonia con il concetto biblico di «miracolo», dovrebbero perciò far riflettere sulla miriade di miracoli presenti nel mondo contemporaneo (in tutte le religioni), i quali purtroppo alimentano e diffondono proprio l’errata concezione del miracolo per il miracolo, opposta a quella presentata nella Parola di Dio.

[3] Si veda in proposito il bel saggio del neurologo e psichiatra di fama mondiale Vittorino Andreoli (Principia. La caduta delle certezze, BUR, Milano, 2007), il quale, dopo aver analizzato in modo puntuale e con grande senso di umanità la caduta dei princìpi e delle certezze che per secoli hanno guidato la nostra società, conclude con una sezione intitolata Princìpi di un uomo chiamato Cristo. È un testo sul quale mi riprometto di tornare.