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Chiesa di Cristo Gesù a Pomezia
testimoniamo Cristo crocifisso e risorto

PIETRO, FONDAMENTO DELLA CHIESA DI CRISTO? Una recentissima catechesi di Joseph Ratzinger (Osservatore Romano, 08/06/2006) è stata indirizzata non soltanto ai fedeli cattolici, ma anche ai «fratelli non ancora in piena comunione con noi» (il nero è nostro). Dato che tra questi «fratelli» siamo forse anche noi, che con la Chiesa Cattolica condividiamo il nome di «Chiesa di Cristo», può essere utile presentare una breve valutazione dell’insegnamento svolto dal papa in un ciclo di riflessioni sul «mistero del rapporto tra Cristo e la Chiesa». È buona e condivisibile anzitutto l’intenzione con cui egli vuole esaminare tale rapporto, che è tanto importante da essere approfondito, per esempio, anche nella seconda metà del capitolo quinto della Lettera di Paolo apostolo agli Efesini. Il «mistero» del rapporto Cristo/Chiesa è vitale, perché si tratta di un mistero di «vivificazione», di salvezza in Cristo (Efesini 2,1.5-6) e di «riconciliazione» con Dio (Efesini 3,16). Tale «mistero», un tempo ignoto, è ora «rivelato», «fatto conoscere» pienamente proprio grazie a Gesù (Efesini 3,2-5). Il mistero finalmente svelato è questo: ebrei e non ebrei (= gentili) possono trovare salvezza e perdono in Gesù; entrambi possono divenire membri di un medesimo «corpo» (il popolo nuovo di Dio, appunto: Efesini 1,22); entrambi partecipano alla promessa di salute spirituale fatta in Gesù mediante il Vangelo (Efesini 3,6 e 1,13). La figura di Pietro nei Vangeli La catechesi di Joseph Ratzinger prosegue attenta sul filo del dato biblico considerando Pietro come «grande e importante figura della Chiesa» (la cosa non può né vuole essere negata da nessuno che si definisca buon lettore del Nuovo Testamento). Dal cambiamento di nome SimoneKefa (=greco Petros, latino Petrus) il papa deduce correttamente che a Pietro deve essere stata affidata da Gesù una qualche «missione»: si tratterà di valutare senza preconcetti e alla luce del Vangelo quale sia questa missione. Da una serie di testi riguardanti Pietro, il papa deduce poi la volontà di Gesù di dare all’apostolo «uno speciale rilievo» fra i dodici: ci ricorda che Pietro viene nominato per primo negli elenchi degli apostoli, che egli è uno dei tre discepoli che accompagnano Gesù in circostanze particolari (la trasfigurazione, la guarigione di una ragazza: Marco 9,2//Matteo 17,1//Luca 9,28; Marco 5,37//Luca 8,51), o nei momenti angosciosi del Getsemani (Marco 14,33; Matteo 26,37). Qui Ratzinger purtroppo, perseguendo lo scopo dello «speciale rilievo», accumula brani dei vangeli in cui Pietro è presente, ma omette di osservare che non sempre in quelle occasioni Pietro fu all’altezza della situazione. Al momento della trasfigurazione, per esempio, Pietro esce in una proposta suggerita non da consapevolezza ma da paura. Dice infatti: «Rabbi, è bene per noi star qui; faremo tre tende: una per te, una per Mosè ed una per Elia». L’evangelista Marco annota: «[Pietro] non sapeva in realtà che cosa dicesse, perché erano pieni di spavento» (9,6). Ancora più esplicitamente Luca scrive: «[Pietro] non sapeva quel che diceva» (9,33; versione a.c. Salvatore Garofalo). Nel Getsemani Gesù è angosciato per l’ora tragica che lo attende: Pietro dorme e Gesù tenta invano di svegliarlo. Qui il comportamento di Pietro è tanto sconsiderato quanto quello degli altri due intimi di Gesù, Giacomo e Giovanni, per cui il «rilievo» di Pietro risulta alquanto irrilevante, se non scoraggiante. Ancora a proposito dello «speciale rilievo» di Pietro, il papa afferma che Gesù avrebbe lavato i piedi agli apostoli iniziando da Pietro («per primo»). L’affermazione è discutibile, perché Giovanni scrive che Gesù si leva dalla mensa, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Viene, dunque, a Simon Pietro, il quale gli dice: ‘Signore, tu mi lavi i piedi?’ Risponde Gesù e gli dice: ‘Ciò che io faccio tu adesso non lo comprendi: lo comprenderai, però, dopo’. Gli dice Pietro: ‘Non mi laverai i piedi in eterno!’. Gesù gli risponde: ‘Se non ti laverò, non avrai parte con me’. Gli dice Simon Pietro: ‘Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!’ (Giovanni 13,5ss.; versione a.c. Salvatore Garofalo). Il testo, di per sé, non sembra dire da quale degli apostoli Gesù abbia iniziato il Suo servizio umile e umiliante. Il passo attesta, invece, che Pietro non comprende affatto quel che Gesù sta facendo. Un dotto biblista cattolico annota: Pietro aveva litigato con gli altri apostoli per stabilire chi di loro fosse il maggiore (Lc. 22,24-30) e Gesù li aveva richiamati al suo esempio di «servo» e aveva fatto balenare ai suoi il dono del regno (cfr. 14,2s.). Se Pietro rifiuta di comprendere il mistero della umiliazione del Figlio di Dio venuto a «servire» l’uomo salvandolo (Mt. 20,25-28; Mc. 10,42-45) sarà escluso dalla partecipazione all’opera del Cristo perché rifiuta di seguirlo sulla via del regno (vv. 14-16). La stessa reazione aveva avuto l’apostolo quando Gesù aveva cominciato a parlare della sua passione (Mt. 16,22s.; Mc. 8,32s.). La frettolosa risposta di Pietro dimostra appunto che egli non riesce a capire il significato profondo del gesto di Gesù: non si tratta di farsi lavare i piedi, ma di accettare il mistero della umiliazione del Cristo (S. Garofalo, Il vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia, Il Nuovo Testamento, vol. III, Marietti, Casale Monferrato, 1963, pp. 257-258). Il commento dello studioso cattolico è ottimo, perché aderisce al testo senza lasciarsi fuorviare da tesi precostituite. Ancora una volta il comportamento di Pietro mostra sì un rilievo, ma negativo: altro che preminenza! Pietro non riesce neppure a capire il senso del gesto di Gesù. Il brano di Giovanni è dunque usato fuori luogo. Talvolta, pur di dimostrare una tesi preconcetta, se non si sta attenti, si può rischiare di usare la Scrittura con troppa disinvoltura. Il dato biblico invece va rispettato, perché è la Parola di Dio: così dicono del resto anche gli amici cattolici dopo ogni lettura biblica pubblica: «Parola di Dio!» Pietro e la pietra su cui Gesù edifica la Chiesa L’insieme dei brani biblici che Ratzinger ben conosce e cita, mostra che quando Pietro parla con la sua cultura, con la sua personalità (cioè, per dirla nel linguaggio biblico, con la sua «carne e sangue») dice sciocchezze e non capisce eventi e insegnamenti; quando invece si lascia docilmente guidare dalla rivelazione di Dio, afferma realtà fondanti, come quando riconosce in Gesù «il Figlio dell’Iddio vivente» (Matteo 16,16). Qui il papa si sofferma volentieri, esponendo la dottrina tradizionale del Pietro=pietra. Ratzinger sembra purtroppo dimenticare che la lettura in chiave gerarchica del brano di Matteo 16 si affermò soltanto nel V secolo. Tra i padri della Chiesa le esegesi del passo furono varie e libere. Lo dimostra Agostino, vescovo di Ippona (m. 430), che scrive di aver identificato in un primo tempo la «pietra» con l’apostolo Pietro; in seguito, cambiando opinione, aveva riferito la «pietra» alla «fede» confessata da Pietro per rivelazione divina: Scrissi pure in un certo luogo al riguardo dell’apostolo Pietro, che su di lui, come su di una pietra, è stata fondata la Chiesa. (…) Ma so che più tardi ho assai spesso esposto le parole del Signore Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa nel senso seguente: Sopra ciò che è stato confessato da Pietro mentre diceva Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente. Perciò da questa pietra egli fu chiamato Pietro – personificando così la Chiesa che si edifica su questa pietra – e ricevette le chiavi del cielo. Infatti non è stato detto a lui Tu sei pietra, ma Tu sei Pietro. La pietra era invece il Cristo, che fu confessato da Simone, perciò detto Pietro, e che è parimenti confessato da tutta la Chiesa. Il lettore scelga, fra le due sentenze, quella che gli pare migliore» [Retractationum S. Augustini Liber I, 20, 2 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 36; ex recensione P. Knöll, Vienna, 1902, pp. 97-99); citato in Fausto Salvoni, Da Pietro al papato, Lanterna, Genova, 1970, pp. 96-97]. Ricordiamo che chi scrive qui è Agostino, un padre della Chiesa, un santo per la Chiesa Cattolica, non certo un protestante o un fratello «non ancora in piena comunione» col papa. Fu soltanto nel IV-V secolo che la lettura in chiave gerarchica del brano di Matteo si andò gradualmente imponendo soprattutto a Roma, in un ambiente non certo disinteressato, perché il vescovo di questa città cercava così di sostenere quei privilegi economici e politici che man mano aveva acquistato. Quella lettura del passo di Matteo si affermò pienamente con Leone Magno (m. 461). Questi, tuttavia, non seguì una tradizione, perché prima di lui l’esegesi gerarchica del passo non era mai stata accolta dalle Chiese (vd. F. Salvoni, op. cit., p. 98). Il papa passa poi a considerare i brani riguardanti Pietro e la sua «preminenza» dopo la resurrezione di Gesù. Bisogna dire che purtroppo questa parte della sua disamina è fatta con frettolosità petrina, mentre qui l’analisi avrebbe dovuto essere più accurata. Le citazioni del libro degli Atti degli Apostoli, infatti, se esaminate con cura, possono ben dimostrare i significati veri delle tre metafore contenute nel passo di Matteo 16,16-18. 1. La metafora della pietra. La fede (fiducia) confessata dalla Chiesa, come attesta ogni capitolo del libro degli Atti, è questa: Gesù è davvero il Figlio del Dio Vivo, il Signore, il Cristo (2,36; 3,20; 4,10-12; ecc.). Proprio questa realtà credevano umilmente e fermamente i discepoli di Gerusalemme, di Berea, di Antiochia, di Efeso, e di tutti gli altri luoghi dove la Chiesa venne stabilita tramite la predicazione del Vangelo: anche a Roma (Romani 1,3-4). Questa era realmente la pietra su cui la Chiesa era, è e sarà sempre edificata dal Cristo (Efesini 2,19s.). Pietro stesso insegna nella sua prima lettera che il Signore è «la pietra viva», tanto preziosa per i credenti (2,1-8). 2. La metafora delle chiavi del regno dei cieli. Pietro dimostrerà davvero il suo rilievo (questo sì, innegabilmente promessogli da Gesù) quando aprirà le porte del regno di Dio agli ebrei radunati a Gerusalemme nel giorno della prima pentecoste ebraica successiva alla Resurrezione. La metafora delle chiavi del regno si spiega facilmente. Gli scribi e i farisei vengono aspramente rimproverati da Gesù per aver «rubato» la chiave della conoscenza (Luca 11,52//Matteo 23,13). Di quale conoscenza si trattasse lo spiega bene il biblista cattolico Salvatore Garofalo: La chiave della scienza non può essere altro che la conoscenza delle Scritture; gli scribi pretendevano di essere i soli a sapere come dovevano essere interpretate ma, in realtà, non le hanno capite perché non hanno ricosciuto in Gesù il Messia predetto dai profeti. (S. Garofalo, Il Vangelo di S. Luca, cit. p.177). È proprio in tale situazione di ignoranza delle Scritture (mutatis mutandis, la storia si ripete purtroppo anche nella società attuale, che ignora il Vangelo e insegue strani codici…) che Gesù intende attuare la sua rivoluzione costruttiva: promette a Pietro le chiavi per restituire al popolo la conoscenza della volontà di Dio e consentirne perciò l’ingresso nel regno di Dio. La prima parte del libro degli Atti evidenzia che Pietro usò le chiavi predicando il Vangelo della salvezza agli ebrei prima (Atti 2) e ai gentili poi, quando andrà a predicare a Cesarea, in casa del centurione Cornelio (Atti 10). Non è quindi esatto scrivere, come fa il papa, che Pietro userà le chiavi «per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto». 3. La metafora del legare e sciogliere. Si tratta di due verbi in uso presso le scuole rabbiniche del tempo di Gesù; essi acquisiscono significati opposti a seconda che indichino una proibizione o un obbligo (vd. F. Savoni, op. cit., p. 73ss.). • Caso della proibizione: legare vuol dire proibire qualcosa a qualcuno; sciogliere significa togliere una proibizione, permettere ciò che prima era proibito. •Caso dell’obbligo: legare vuol dire stabilire un obbligo; sciogliere significa eliminare un tale obbligo. Il testo di Matteo 16,16-18 prefigura l’uso che Pietro farà delle «chiavi» per consentire l’ingresso nel «regno dei cieli», vale a dire nella chiesa, popolo nuovo di Dio. In base all’insegnamento ricevuto da Gesù, Pietro stabilisce ciò che è necessario e ciò che non lo è per chi ricerchi salvezza in Cristo. Gli Atti degli Apostoli costituiscono il commento migliore alla promessa che Gesù fa a Pietro: l’apostolo renderà obbligatorio una volta per sempre il battesimo per entrare nella chiesa (legato: Atti 2,37-42), mentre eliminerà l’obbligo della circoncisione (sciolto: Atti 10,34-35 e 44-48. Pietro dovrà persino giustificarsi per tale scioglimento! Atti 11,1s.). Così facendo Pietro svincola la fede in Cristo dalla legge di Mosè, slega i Gentili dall’obbligo della circoncisione e, ancor prima di Paolo, stabilisce la chiesa su solide basi universali. In tutto ciò l’azione di Pietro fu davvero rilevante. Questa, e non altra, fu effettivamente la «missione» connessa al nome nuovo che Gesù aveva dato all’apostolo Simone, detto Pietro. Tale conclusione viene confermata dallo stesso Pietro che nella riunione di Gerusalemme afferma: «Fratelli, voi sapete che dai primi giorni Dio ha scelto tra noi la mia bocca perché i pagani ascoltassero il messaggio evangelico e venissero alla fede. (…) Noi [ebrei] piuttosto riteniamo di essere salvi anche noi per mezzo della grazia del Signore Gesù, non diversamente da loro [pagani]» (Atti 15,7ss.). Pietro comprende bene il «mistero» della salvezza e della riconciliazione in Cristo per tutti, ebrei e non-ebrei. Egli, sottomettendosi umilmente al volere di Dio, predica prima agli ebrei e poi ai gentili, contribuendo in modo splendido alla attuazione di quel «mistero» di salvezza svelato e attuato in Gesù. Anche qui la lettura attenta e senza preconcetti del testo degli Atti degli Apostoli – importantissimo proprio perché registra la «prassi» apostolica originaria – mostra che Pietro, proponendo il Vangelo e le condizioni per la salvezza, non fa che presentare ciò che il Cielo ha già sancito. Si sarebbe potuta evitare così la seguente conclusione del papa, erronea perché in disarmonia con il dato biblico: Infine [Pietro] potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro. È così descritto con immagini di plastica evidenza quello che la riflessione successiva qualificherà con il termine di «primato di giurisdizione». (il nero è nostro) Un primato di giurisdizione per Pietro? L’ultima parte della citazione mostra che il papa non si limita purtroppo a sostenere uno «speciale rilievo» di Pietro. Egli afferma infatti che a Pietro sarebbe stato dato un «primato di giurisdizione». Nella parte conclusiva della lezione scrive poi: «Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno». Se Pietro (leggi: il suo presunto successore) ha davvero la responsabilità di garantire la comunione in Cristo attraverso la «carità», non si vede quale sia lo scopo di una «giurisdizione», anzi di un «primato» giurisdizionale. Che cosa ha a che vedere, infatti, la carità/amore di Dio con l’amministrazione della giustizia? Quando mai vediamo Gesù avvalersi di una giurisdizione per attuare o esprimere l’amore del Padre? Quale atto di Pietro o di uno degli altri apostoli mostra che quei primi credenti praticarono la carità di Dio poggiando sopra una autorità giuridica o su organi giurisdizionali? Lo studioso (ancora) cattolico Hans Küng scrive a questo proposito: Ma, nei primi secoli, non vi è alcun elemento che attesti un primato giuridico – o tanto più una preminenza basata sulla Bibbia – della comunità romana o addirittura dei vescovi di Roma. In particolare, inizialmente a Roma non vi fu, come già sappiamo, alcun episcopato monarchico e, per quanto concerne i vescovi dei primi due secoli, conosciamo di loro poco più che il nome (la prima data certa, nella storia del papato, è ritenuta essere il 222, l’inizio del pontificato di Urbano I). La promessa fatta a Pietro nel Vangelo di Matteo, Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…, la quale orna in gigantesche lettere nere su fondo oro la basilica di San Pietro ed è così rilevante per gli attuali vescovi di Roma, non è riportata per intero in nessun testo cristiano dei primi secoli – eccezion fatta per uno scritto di Tertulliano, un padre della chiesa africana, il quale, peraltro, cita tale passaggio non in connessione con Roma, bensì con Pietro. Solo verso la metà del III secolo, un vescovo di Roma di nome Stefano, in disputa con altre chiese sulla migliore tradizione, si richiamò alla promessa fatta a Pietro. La cosa, peraltro, non incontrò alcun successo (…). In quel tempo la sovranità di una chiesa sulle altre veniva rifiutata persino in Occidente. Al tempo dell’imperatore Costantino era comunque chiaro chi avesse il primato giuridico nella chiesa: ovviamente l’imperatore. Egli, il Pontifex maximus, il supremo sacerdote, deteneva il monopolio legislativo in materia di religione (ius in sacris). (Hans Küng, La chiesa cattolica, una breve storia, Rizzoli, Milano, 2001, pp. 73-75). Come si vede, la conclusione del papa è errata perché non è in sintonia con il Nuovo Testamento. Ritengo si possa tuttavia concedere a Ratzinger l’onestà intellettuale di aver ammesso che il «primato di giurisdizione» è frutto di una «riflessione successiva». Soltanto questa post-riflessione, dunque, qualificherà con il termine di «primato di giurisdizione» alcuni brani del Vangelo (letti, come si è visto, in maniera particolaristica). Ratzinger non può affermare che il «primato di giurisdizione» è presente nel testo del Vangelo o Nuovo Testamento; se lo fosse, il papa lo avrebbe fatto certo notare. No, il «primato di giurisdizione» petrino è assente dai Documenti ispirati da Dio (=Nuovo Testamento). Questo «primato» è frutto, come dimostra anche Hans Küng, di «riflessione successiva»: successiva a Cristo; successiva agli apostoli; successiva persino ai primi vescovi romani. «Successiva»: e quindi non in linea neppure con la più antica e nobile tradizione della Chiesa di Cristo, la tradizione apostolica. Osserviamo tuttavia infine che la conclusione del papa contiene una verità profondissima, la quale fa quasi (quasi!) dimenticare le note negative sottolineate sopra. La verità bellissima e altissima è che la Chiesa è e resta «di Cristo», non di un uomo, non di Pietro, non di Ratzinger, né di alcun uomo (anche se gli aspiranti al «primato» purtroppo abbondano). Ancor oggi, infatti, è possibile – pur nelle difficoltà presentate da una società malata e distratta, ma proprio per questo bisognosa della cura spirituale amorevole di Gesù, bisognosa di conoscerne la sobrietà, l’azione positiva, il rigore morale e spirituale – è possibile seguire soltanto il Suo criterio. È Lui il Maestro, Lui la Guida dei credenti: Cristo Gesù parla ancor oggi nelle pagine ispirate del testo biblico. Egli è davvero «con» i Suoi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Matteo 28,20). Ubbidendo umilmente a Lui possiamo essere Chiesa appartenente al Cristo, popolo di Dio in senso pieno, senza nulla aggiungere e nulla togliere alle Scritture del Vangelo (1 Corinzi 4,6; Apocalisse 22,18-19; 2 Timoteo 3,16-17). Occorre certo studiare con umiltà le Scritture, per eliminare ignoranza e presunzione: così insegna Pietro nella sua seconda epistola (3,16). In tal modo troveremo e attueremo la «piena comunione» auspicata anche dal papa. Comunione non «con noi», come scrive Ratzinger, bensì col «Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente»; comunione cioè con il «Pastore e Vescovo» delle anime di quanti si affidano a Lui soltanto e in Lui soltanto imparano a confidare. Così insegna tuttora Pietro (1 Pietro 2,25). [RT] DEL SAGGIO SI PUO' RICHIEDERE L'EDIZIONE A STAMPA: chiesa di Cristo, Pomezia-Roma info@chiesadicristopomezia.it www.chiesadicristopomezia.it

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Analisi biblica di una recente catechesi del papa: Pietro e la Chiesa

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Pietro, fondamento della Chiesa di Cristo?

Una recentissima catechesi di Joseph Ratzinger (Osservatore Romano, 08/06/2006) è stata indirizzata non soltanto ai fedeli cattolici, ma anche ai «fratelli non ancora in piena comunione con noi» (il nero è nostro). Dato che tra questi «fratelli» siamo forse anche noi, che con la Chiesa Cattolica condividiamo il nome di «Chiesa di Cristo», può essere utile presentare una breve valutazione dell’insegnamento svolto dal papa in un ciclo di riflessioni sul «mistero del rapporto tra Cristo e la Chiesa».

È buona e condivisibile anzitutto l’intenzione con cui egli vuole esaminare tale rapporto, che è tanto importante da essere approfondito, per esempio, anche nella seconda metà del capitolo quinto della Lettera di Paolo apostolo agli Efesini. Il «mistero» del rapporto Cristo/Chiesa è vitale, perché si tratta di un mistero di «vivificazione», di salvezza in Cristo (Efesini 2,1.5-6) e di «riconciliazione» con Dio (Efesini 3,16). Tale «mistero», un tempo ignoto, è ora «rivelato», «fatto conoscere» pienamente proprio grazie a Gesù (Efesini 3,2-5). Il mistero finalmente svelato è questo: ebrei e non ebrei (= gentili) possono trovare salvezza e perdono in Gesù; entrambi possono divenire membri di un medesimo «corpo» (il popolo nuovo di Dio, appunto: Efesini 1,22); entrambi partecipano alla promessa di salute spirituale fatta in Gesù mediante il Vangelo (Efesini 3,6 e 1,13).

La figura di Pietro nei Vangeli

La catechesi di Joseph Ratzinger prosegue attenta sul filo del dato biblico considerando Pietro come «grande e importante figura della Chiesa» (la cosa non può né vuole essere negata da nessuno che si definisca buon lettore del Nuovo Testamento). Dal cambiamento di nome Simone®Kefa (=greco Petros, latino Petrus) il papa deduce correttamente che a Pietro deve essere stata affidata da Gesù una qualche «missione»: si tratterà di valutare senza preconcetti e alla luce del Vangelo quale sia questa missione.

Da una serie di testi riguardanti Pietro, il papa deduce poi la volontà di Gesù di dare all’apostolo «uno speciale rilievo» fra i dodici: ci ricorda che Pietro viene nominato per primo negli elenchi degli apostoli, che egli è uno dei tre discepoli che accompagnano Gesù in circostanze particolari (la trasfigurazione, la guarigione di una ragazza: Marco 9,2//Matteo 17,1//Luca 9,28; Marco 5,37//Luca 8,51), o nei momenti angosciosi del Getsemani (Marco 14,33; Matteo 26,37).

Qui Ratzinger purtroppo, perseguendo lo scopo dello «speciale rilievo», accumula brani dei vangeli in cui Pietro è presente, ma omette di osservare che non sempre in quelle occasioni Pietro fu all’altezza della situazione. Al momento della trasfigurazione, per esempio, Pietro esce in una proposta suggerita non da consapevolezza ma da paura. Dice infatti: «Rabbi, è bene per noi star qui; faremo tre tende: una per te, una per Mosè ed una per Elia». L’evangelista Marco annota: «[Pietro] non sapeva in realtà che cosa dicesse, perché erano pieni di spavento» (9,6). Ancora più esplicitamente Luca scrive: «[Pietro] non sapeva quel che diceva» (9,33; versione a.c. Salvatore Garofalo). Nel Getsemani Gesù è angosciato per l’ora tragica che lo attende: Pietro dorme e Gesù tenta invano di svegliarlo. Qui il comportamento di Pietro è tanto sconsiderato quanto quello degli altri due intimi di Gesù, Giacomo e Giovanni, per cui il «rilievo» di Pietro risulta alquanto irrilevante, se non scoraggiante.

Ancora a proposito dello «speciale rilievo» di Pietro, il papa afferma che Gesù avrebbe lavato i piedi agli apostoli iniziando da Pietro («per primo»). L’affermazione è discutibile, perché Giovanni scrive che Gesù

si leva dalla mensa, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Viene, dunque, a Simon Pietro, il quale gli dice: ‘Signore, tu mi lavi i piedi?’ Risponde Gesù e gli dice: ‘Ciò che io faccio tu adesso non lo comprendi: lo comprenderai, però, dopo’. Gli dice Pietro: ‘Non mi laverai i piedi in eterno!’. Gesù gli risponde: ‘Se non ti laverò, non avrai parte con me’. Gli dice Simon Pietro: ‘Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!’ (Giovanni 13,5ss.; versione a.c. Salvatore Garofalo).

Il testo, di per sé, non sembra dire da quale degli apostoli Gesù abbia iniziato il Suo servizio umile e umiliante. Il passo attesta, invece, che Pietro non comprende affatto quel che Gesù sta facendo. Un dotto biblista cattolico annota:

Pietro aveva litigato con gli altri apostoli per stabilire chi di loro fosse il maggiore (Lc. 22,24-30) e Gesù li aveva richiamati al suo esempio di «servo» e aveva fatto balenare ai suoi il dono del regno (cfr. 14,2s.). Se Pietro rifiuta di comprendere il mistero della umiliazione del Figlio di Dio venuto a «servire» l’uomo salvandolo (Mt. 20,25-28; Mc. 10,42-45) sarà escluso dalla partecipazione all’opera del Cristo perché rifiuta di seguirlo sulla via del regno (vv. 14-16). La stessa reazione aveva avuto l’apostolo quando Gesù aveva cominciato a parlare della sua passione (Mt. 16,22s.; Mc. 8,32s.). La frettolosa risposta di Pietro dimostra appunto che egli non riesce a capire il significato profondo del gesto di Gesù: non si tratta di farsi lavare i piedi, ma di accettare il mistero della umiliazione del Cristo (S. Garofalo, Il vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia, Il Nuovo Testamento, vol. III, Marietti, Casale Monferrato, 1963, pp. 257-258).

Il commento dello studioso cattolico è ottimo, perché aderisce al testo senza lasciarsi fuorviare da tesi precostituite. Ancora una volta il comportamento di Pietro mostra sì un rilievo, ma negativo: altro che preminenza! Pietro non riesce neppure a capire il senso del gesto di Gesù. Il brano di Giovanni è dunque usato fuori luogo. Talvolta, pur di dimostrare una tesi preconcetta, se non si sta attenti, si può rischiare di usare la Scrittura con troppa disinvoltura. Il dato biblico invece va rispettato, perché è la Parola di Dio: così dicono del resto anche gli amici cattolici dopo ogni lettura biblica pubblica: «Parola di Dio!»

Pietro e la pietra su cui Gesù edifica la Chiesa

L’insieme dei brani biblici che Ratzinger ben conosce e cita, mostra che quando Pietro parla con la sua cultura, con la sua personalità (cioè, per dirla nel linguaggio biblico, con la sua «carne e sangue») dice sciocchezze e non capisce eventi e insegnamenti; quando invece si lascia docilmente guidare dalla rivelazione di Dio, afferma realtà fondanti, come quando riconosce in Gesù «il Figlio dell’Iddio vivente» (Matteo 16,16). Qui il papa si sofferma volentieri, esponendo la dottrina tradizionale del Pietro=pietra.

Ratzinger sembra purtroppo dimenticare che la lettura in chiave gerarchica del brano di Matteo 16 si affermò soltanto nel V secolo. Tra i padri della Chiesa le esegesi del passo furono varie e libere. Lo dimostra Agostino, vescovo di Ippona (m. 430), che scrive di aver identificato in un primo tempo la «pietra» con l’apostolo Pietro; in seguito, cambiando opinione, aveva riferito la «pietra» alla «fede» confessata da Pietro per rivelazione divina:

Scrissi pure in un certo luogo al riguardo dell’apostolo Pietro, che su di lui, come su di una pietra, è stata fondata la Chiesa. (…) Ma so che più tardi ho assai spesso esposto le parole del Signore Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa nel senso seguente: Sopra ciò che è stato confessato da Pietro mentre diceva Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente. Perciò da questa pietra egli fu chiamato Pietro – personificando così la Chiesa che si edifica su questa pietra – e ricevette le chiavi del cielo. Infatti non è stato detto a lui Tu sei pietra, ma Tu sei Pietro. La pietra era invece il Cristo, che fu confessato da Simone, perciò detto Pietro, e che è parimenti confessato da tutta la Chiesa. Il lettore scelga, fra le due sentenze, quella che gli pare migliore» [Retractationum S. Augustini Liber I, 20, 2 (Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 36; ex recensione P. Knöll, Vienna, 1902, pp. 97-99); citato in Fausto Salvoni, Da Pietro al papato, Lanterna, Genova, 1970, pp. 96-97].

Ricordiamo che chi scrive qui è Agostino, un padre della Chiesa, un santo per la Chiesa Cattolica, non certo un protestante o un fratello «non ancora in piena comunione» col papa. Fu soltanto nel IV-V secolo che la lettura in chiave gerarchica del brano di Matteo si andò gradualmente imponendo soprattutto a Roma, in un ambiente non certo disinteressato, perché il vescovo di questa città cercava così di sostenere quei privilegi economici e politici che man mano aveva acquistato. Quella lettura del passo di Matteo si affermò pienamente con Leone Magno (m. 461). Questi, tuttavia, non seguì una tradizione, perché prima di lui l’esegesi gerarchica del passo non era mai stata accolta dalle Chiese (vd. F. Salvoni, op. cit., p. 98).

Il papa passa poi a considerare i brani riguardanti Pietro e la sua «preminenza» dopo la resurrezione di Gesù. Bisogna dire che purtroppo questa parte della sua disamina è fatta con frettolosità petrina, mentre qui l’analisi avrebbe dovuto essere più accurata. Le citazioni del libro degli Atti degli Apostoli, infatti, se esaminate con cura, possono ben dimostrare i significati veri delle tre metafore contenute nel passo di Matteo 16,16-18.

1. La metafora della pietra. La fede (fiducia) confessata dalla Chiesa, come attesta ogni capitolo del libro degli Atti, è questa: Gesù è davvero il Figlio del Dio Vivo, il Signore, il Cristo (2,36; 3,20; 4,10-12; ecc.). Proprio questa realtà credevano umilmente e fermamente i discepoli di Gerusalemme, di Berea, di Antiochia, di Efeso, e di tutti gli altri luoghi dove la Chiesa venne stabilita tramite la predicazione del Vangelo: anche a Roma (Romani 1,3-4). Questa era realmente la pietra su cui la Chiesa era, è e sarà sempre edificata dal Cristo (Efesini 2,19s.). Pietro stesso insegna nella sua prima lettera che il Signore è «la pietra viva», tanto preziosa per i credenti (2,1-8).

2. La metafora delle chiavi del regno dei cieli. Pietro dimostrerà davvero il suo rilievo (questo sì, innegabilmente promessogli da Gesù) quando aprirà le porte del regno di Dio agli ebrei radunati a Gerusalemme nel giorno della prima pentecoste ebraica successiva alla Resurrezione. La metafora delle chiavi del regno si spiega facilmente. Gli scribi e i farisei vengono aspramente rimproverati da Gesù per aver «rubato» la chiave della conoscenza (Luca 11,52//Matteo 23,13). Di quale conoscenza si trattasse lo spiega bene il biblista cattolico Salvatore Garofalo:

La chiave della scienza non può essere altro che la conoscenza delle Scritture; gli scribi pretendevano di essere i soli a sapere come dovevano essere interpretate ma, in realtà, non le hanno capite perché non hanno ricosciuto in Gesù il Messia predetto dai profeti. (S. Garofalo, Il Vangelo di S. Luca, cit. p.177).

È proprio in tale situazione di ignoranza delle Scritture (mutatis mutandis, la storia si ripete purtroppo anche nella società attuale, che ignora il Vangelo e insegue strani codici…) che Gesù intende attuare la sua rivoluzione costruttiva: promette a Pietro le chiavi per restituire al popolo la conoscenza della volontà di Dio e consentirne perciò l’ingresso nel regno di Dio. La prima parte del libro degli Atti evidenzia che Pietro usò le chiavi predicando il Vangelo della salvezza agli ebrei prima (Atti 2) e ai gentili poi, quando andrà a predicare a Cesarea, in casa del centurione Cornelio (Atti 10).

Non è quindi esatto scrivere, come fa il papa, che Pietro userà le chiavi «per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto».

3. La metafora del legare e sciogliere. Si tratta di due verbi in uso presso le scuole rabbiniche del tempo di Gesù; essi acquisiscono significati opposti a seconda che indichino una proibizione o un obbligo (vd. F. Savoni, op. cit., p. 73ss.).

· Caso della proibizione: legare vuol dire proibire qualcosa a qualcuno; sciogliere significa togliere una proibizione, permettere ciò che prima era proibito.

· Caso dell’obbligo: legare vuol dire stabilire un obbligo; sciogliere significa eliminare un tale obbligo.

Il testo di Matteo 16,16-18 prefigura l’uso che Pietro farà delle «chiavi» per consentire l’ingresso nel «regno dei cieli», vale a dire nella chiesa, popolo nuovo di Dio. In base all’insegnamento ricevuto da Gesù, Pietro stabilisce ciò che è necessario e ciò che non lo è per chi ricerchi salvezza in Cristo. Gli Atti degli Apostoli costituiscono il commento migliore alla promessa che Gesù fa a Pietro: l’apostolo renderà obbligatorio una volta per sempre il battesimo per entrare nella chiesa (legato: Atti 2,37-42), mentre eliminerà l’obbligo della circoncisione (sciolto: Atti 10,34-35 e 44-48. Pietro dovrà persino giustificarsi per tale scioglimento! Atti 11,1s.).

Così facendo Pietro svincola la fede in Cristo dalla legge di Mosè, slega i Gentili dall’obbligo della circoncisione e, ancor prima di Paolo, stabilisce la chiesa su solide basi universali. In tutto ciò l’azione di Pietro fu davvero rilevante. Questa, e non altra, fu effettivamente la «missione» connessa al nome nuovo che Gesù aveva dato all’apostolo Simone, detto Pietro. Tale conclusione viene confermata dallo stesso Pietro che nella riunione di Gerusalemme afferma: «Fratelli, voi sapete che dai primi giorni Dio ha scelto tra noi la mia bocca perché i pagani ascoltassero il messaggio evangelico e venissero alla fede. (…) Noi [ebrei] piuttosto riteniamo di essere salvi anche noi per mezzo della grazia del Signore Gesù, non diversamente da loro [pagani]» (Atti 15,7ss.).

Pietro comprende bene il «mistero» della salvezza e della riconciliazione in Cristo per tutti, ebrei e non-ebrei. Egli, sottomettendosi umilmente al volere di Dio, predica prima agli ebrei e poi ai gentili, contribuendo in modo splendido alla attuazione di quel «mistero» di salvezza svelato e attuato in Gesù.

Anche qui la lettura attenta e senza preconcetti del testo degli Atti degli Apostoli – importantissimo proprio perché registra la «prassi» apostolica originaria – mostra che Pietro, proponendo il Vangelo e le condizioni per la salvezza, non fa che presentare ciò che il Cielo ha già sancito. Si sarebbe potuta evitare così la seguente conclusione del papa, erronea perché in disarmonia con il dato biblico:

Infine [Pietro] potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro. È così descritto con immagini di plastica evidenza quello che la riflessione successiva qualificherà con il termine di «primato di giurisdizione». (il nero è nostro)

Un primato di giurisdizione per Pietro?

L’ultima parte della citazione mostra che il papa non si limita purtroppo a sostenere uno «speciale rilievo» di Pietro. Egli afferma infatti che a Pietro sarebbe stato dato un «primato di giurisdizione». Nella parte conclusiva della lezione scrive poi: «Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno».

Se Pietro (leggi: il suo presunto successore) ha davvero la responsabilità di garantire la comunione in Cristo attraverso la «carità», non si vede quale sia lo scopo di una «giurisdizione», anzi di un «primato» giurisdizionale. Che cosa ha a che vedere, infatti, la carità/amore di Dio con l’amministrazione della giustizia? Quando mai vediamo Gesù avvalersi di una giurisdizione per attuare o esprimere l’amore del Padre? Quale atto di Pietro o di uno degli altri apostoli mostra che quei primi credenti praticarono la carità di Dio poggiando sopra una autorità giuridica o su organi giurisdizionali? Lo studioso (ancora) cattolico Hans Küng scrive a questo proposito:

Ma, nei primi secoli, non vi è alcun elemento che attesti un primato giuridico – o tanto più una preminenza basata sulla Bibbia – della comunità romana o addirittura dei vescovi di Roma. In particolare, inizialmente a Roma non vi fu, come già sappiamo, alcun episcopato monarchico e, per quanto concerne i vescovi dei primi due secoli, conosciamo di loro poco più che il nome (la prima data certa, nella storia del papato, è ritenuta essere il 222, l’inizio del pontificato di Urbano I). La promessa fatta a Pietro nel Vangelo di Matteo, Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…, la quale orna in gigantesche lettere nere su fondo oro la basilica di San Pietro ed è così rilevante per gli attuali vescovi di Roma, non è riportata per intero in nessun testo cristiano dei primi secoli – eccezion fatta per uno scritto di Tertulliano, un padre della chiesa africana, il quale, peraltro, cita tale passaggio non in connessione con Roma, bensì con Pietro.

Solo verso la metà del III secolo, un vescovo di Roma di nome Stefano, in disputa con altre chiese sulla migliore tradizione, si richiamò alla promessa fatta a Pietro. La cosa, peraltro, non incontrò alcun successo (…). In quel tempo la sovranità di una chiesa sulle altre veniva rifiutata persino in Occidente.

Al tempo dell’imperatore Costantino era comunque chiaro chi avesse il primato giuridico nella chiesa: ovviamente l’imperatore. Egli, il Pontifex maximus, il supremo sacerdote, deteneva il monopolio legislativo in materia di religione (ius in sacris). (Hans Küng, La chiesa cattolica, una breve storia, Rizzoli, Milano, 2001, pp. 73-75).

Come si vede, la conclusione del papa è errata perché non è in sintonia con il Nuovo Testamento. Ritengo si possa tuttavia concedere a Ratzinger l’onestà intellettuale di aver ammesso che il «primato di giurisdizione» è frutto di una «riflessione successiva». Soltanto questa post-riflessione, dunque, qualificherà con il termine di «primato di giurisdizione» alcuni brani del Vangelo (letti, come si è visto, in maniera particolaristica). Ratzinger non può affermare che il «primato di giurisdizione» è presente nel testo del Vangelo o Nuovo Testamento; se lo fosse, il papa lo avrebbe fatto certo notare. No, il «primato di giurisdizione» petrino è assente dai Documenti ispirati da Dio (=Nuovo Testamento). Questo «primato» è frutto, come dimostra anche Hans Küng, di «riflessione successiva»: successiva a Cristo; successiva agli apostoli; successiva persino ai primi vescovi romani. «Successiva»: e quindi non in linea neppure con la più antica e nobile tradizione della Chiesa di Cristo, la tradizione apostolica.

Osserviamo tuttavia infine che la conclusione del papa contiene una verità profondissima, la quale fa quasi (quasi!) dimenticare le note negative sottolineate sopra. La verità bellissima e altissima è che la Chiesa è e resta «di Cristo», non di un uomo, non di Pietro, non di Ratzinger, né di alcun uomo (anche se gli aspiranti al «primato» purtroppo abbondano). Ancor oggi, infatti, è possibile – pur nelle difficoltà presentate da una società malata e distratta, ma proprio per questo bisognosa della cura spirituale amorevole di Gesù, bisognosa di conoscerne la sobrietà, l’azione positiva, il rigore morale e spirituale – è possibile seguire soltanto il Suo criterio.

È Lui il Maestro, Lui la Guida dei credenti: Cristo Gesù parla ancor oggi nelle pagine ispirate del testo biblico. Egli è davvero «con» i Suoi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Matteo 28,20). Ubbidendo umilmente a Lui possiamo essere Chiesa appartenente al Cristo, popolo di Dio in senso pieno, senza nulla aggiungere e nulla togliere alle Scritture del Vangelo (1 Corinzi 4,6; Apocalisse 22,18-19; 2 Timoteo 3,16-17). Occorre certo studiare con umiltà le Scritture, per eliminare ignoranza e presunzione: così insegna Pietro nella sua seconda epistola (3,16). In tal modo troveremo e attueremo la «piena comunione» auspicata anche dal papa. Comunione non «con noi», come scrive Ratzinger, bensì col «Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente»; comunione cioè con il «Pastore e Vescovo» delle anime di quanti si affidano a Lui soltanto e in Lui soltanto imparano a confidare. Così insegna tuttora Pietro (1 Pietro 2,25). [RT]

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