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Chiesa di Cristo Gesù a Pomezia
testimoniamo Cristo crocifisso e risorto

Se ricercando l’unità fra credenti, ci chiediamo quali furono – e quali potrebbero essere tuttora – i fondamenti dell’unità in Cristo, la risposta può trovarsi in una lettera scritta da Paolo apostolo alla comunità efesina. Eccone un brano particolarmente intenso nel quale l’unità umile, proposta da Cristo, è costituita da sette unità elementari unificanti: «Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito col vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti». (Efesini 4, 1-6)Ritroviamo qui la realtà della vocazione/chiamata rivolta ai «gentili» (le genti), cioè agli «stranieri, chiamati incirconcisi» dagli Ebrei. C’è una dignità della chiamata che va salvaguardata con sforzo personale e mutuo fatto di umiltà, dolcezza, pazienza, amorevole sopportazione, pace. Sono questi i tendini che vincolano il «corpo» (chiesa) all’unità. Reciderli significa generare indegnità rispetto alla vocazione del Vangelo.Il primo elemento agglomerante è il fatto che vi sia «un solo corpo» di Cristo. Vi è un solo popolo del Signore, vi è una chiesa soltanto. I cristiani d'ogni epoca faranno del tutto per disubbidire in vario modo a questa realtà: creeranno chiese e chiesuole, costituiranno conventicole e gruppi, stabiliranno ordini e congregazioni, attiveranno confraternite e denominazioni, istituiranno sètte e confederazioni religiose…La realtà non superficiale è: «Il Signore conosce [in senso profondo, completo] quelli che sono suoi».[i] Non a caso il contesto di questo brano presenta le inutili dispute parolaie e le deviazioni dalla verità, in contrapposizione alla parola di verità rettamente proposta in un «utile servizio al padrone». Il corpo unico che ha per membra i credenti sarà sempre costituito da quei pochi, o da quei molti, che preferiranno la vergogna di Cristo al plauso del mondo: «Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro», cioè là dove l’autorità autorevole del Cristo è rispettata, e rispettata per amore.[ii]La storia ha designato uomini come capi di chiese: re, successori, predecessori, potenti. Dietro gli epocali problemi dottrinali – come dietro le questioni più modeste e provinciali – che hanno diviso e sconvolto, spesso vi è stata una carenza patologica di umiltà, un’assenza di mansuetudine, una latitanza di pazienza e di amorevole sopportazione gli uni verso gli altri, una smodata brama di potere, un culto dell’invidia: sono questi i problemi reali da affrontare e discutere e risolvere, senza trascurare quelli.Il capo nobile dell’unica chiesa è stato sempre, e sarà sempre, il Cristo: né capi umani possono renderlo visibile,[iii] né vicari umani possono farne le veci. L’unità dei credenti non necessita dei primi, non si affida ai secondi. Il capo unico del corpo unico è un Altro.Il secondo fulcro unificante è «il solo Spirito». Vi è davvero uno Spirito unico in grado di raccogliere attorno a Sé i credenti: e questi può essere soltanto lo Spirito del Risorto. Infatti la chiesa è un edificio spirituale progettato e realizzato secondo un design antico:«Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito». (Efesini 2, 21-22) Soltanto questi è Spirito di verità. Soltanto lo Spirito della vita libera dal male. Gesù osa dire ad alcuni credenti: «Voi conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi»: liberi da una mentalità sbagliata, da un modo errato di impostare la vita e di soppesarne i valori; in altre parole la verità vi libererà dal male di cui siete schiavi. I suoi troppo nobili interlocutori si offendono, lo prendono per pazzo, cercano di ucciderlo.[iv]Eppure proprio questo attesta lo Spirito del Vivente che invita i credenti a cambiare mentalità. Quando la chiesa/sposa di Cristo è docile alla Parola, ecco che le sue espressioni di invito si accordano con lo Spirito del suo Signore: «Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati quelli che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e per entrare per le porte della città! (…). Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni». E chi ode, dica: «Vieni». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda dell’acqua della vita». (Apocalisse 22, 17)Perché mai i credenti dovrebbero anelare a spiriti diversi per ottenere la libertà dal male? Perché mai farci distrarre da altri spiriti che, per quanto alti e nobili, sono pur sempre umani, spiriti di creature, come noi stessi: spiriti di defunti, spiriti di viventi, spiriti elevati da altri uomini, spiriti riconosciuti ed esaltati nel mondo, ma pur sempre bisognosi essi stessi dell’unico Spirito. Perché mai ricercare altri spiriti quando «la porta»[v] che conduce all’unico Spirito è perpetuamente spalancata dinanzi a ciascuno: la Sua parola è limpida, il Suo messaggio aperto, la Sua volontà svelata: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. (…) Venite a me, voi tutti che siete affamati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero». (Matteo 11, 25-29)  è soltanto quest’unico Spirito che deve permeare la vita dei credenti. Egli è, anzi, la vita stessa della comunità. La Parola sua è tuttora «lampada al mio piede»;[vi] l’apostolo ricorda che «tutta la Scrittura è ispirata-da-Dio, e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona».[vii]I credenti sono pure uniti in «una sola speranza». La speranza cui sono chiamati è speranza di vita col Signore. L’apostolo scrive ai cristiani dell’Asia Minore: «Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la resurrezione di Gesù dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi». (1 Pietro 1, 3)Il credente è «salvato in speranza». Persino le «sofferenze del tempo attuale» – gravi, inaccettabili, vergognose, scandalose, contro le quali il credente si batte qui e ora – sono imparagonabili rispetto alla speranza di libertà dalla corruzione; speranza di liberazione dalla vanità che avvolge ogni cosa, gli affetti più saldi come gli odii più antichi; speranza di adozione completa dei credenti; speranza riposta nello Spirito del Risorto affinché venga in aiuto alla incredulità nostra; speranza in un inseparabile amore di Dio: al di là della morte e della vita, al di là del presente e del futuro.«Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza». (Romani 8, 24-25)Quando davvero si spera qualcosa non ci si lascia distrarre, ma si agisce per ottenerla. L’oggetto ultimo della speranza del cristiano è la vita spirituale con il Padre, è l’abbraccio di Dio, è il giorno in cui «Dio sarà tutto in tutti».[viii] Chi coltiva tale speranza non si lascia abbagliare da chimere materialistiche, ben sapendo che questo mondo non è meta finale del credente. Ma prima che la fiducia sperante naufraghi dolce nel mare dell’Amore, Dio rende forti qui e ora le braccia di quanti partecipano a un’abbondante opera Sua, braccia consapevoli che la fatica dei credenti non è vana «nel Signore».[ix]«Vi è un solo Signore»: ecco il quarto elemento unificante. Se il termine Signore non fosse oggi di uso comune, forse lo si riuscirebbe ancora a pronunciare con un certo timore sul labbro e una qualche consapevolezza nel cuore. I cristiani sono tutti fratelli. I cristiani sono anche tutti, proprio tutti, servi – ma bisognerebbe dire schiavi[x] – di un unico «Signore». Non a caso Pietro conclude quel suo discorso, nel giorno della pentecoste ebraica dopo la resurrezione, con parole alte, ma accusatorie: «Sappia dunque sicuramente tutta la casa d’Israele che Dio ha fatto e Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».[xi] La persona consapevole del proprio errore, se ne ravvede, e si mette a servire Cristo. Occorre comprendere meglio il senso della vita del credente, che sta tutto nel servizio verso il prossimo, dentro e fuori la comunità dei credenti. È il prossimo infatti la sola immagine, l’unica somiglianza vivente, che il Signore ha lasciato di sé: «(…) ciò che avrete fatto a uno di questi minimi lo avrete fatto a me».[xii]È Dio stesso che fa di Gesù il Signore: qui e oggi. E ciò per un motivo buono e fondante: Lui solo è il crocifisso-e-risorto. Non il crocifisso, come vuole la nostra consolidata mentalità religiosa, bensì il crocifisso-e-risorto. Quindi il Vivente Figlio del Dio della Vita; il Signore: che fu crocifisso, ma che oggi e sempre è vivente. Dunque: non il fu Gesù Nazareno, ligneo crocifisso, bensì colui che è,[xiii] vivo e perfettamente in grado a tutt’oggi di esercitare la propria Signoria: dire la sua con autorità autorevole, consigliare, persuadere, insegnare, ragionare, ammonire, rimproverare, correggere, educare, ordinare, sollevare eccezioni, discutere, far progredire sulla via della spiritualità la persona che si forma alla luce di una mentalità affatto nuova,[xiv] quella del Risorto:«Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la resurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo nostro Signore (…), a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati ad essere santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo». (Romani 1, 1)Quale altro signore può vantare una dichiarazione altrettanto alta e potente? E, persino prescindendo dalla resurrezione, chi osò umiliarsi fino a una morte tanto vergognosa quanto immeritata? Se non tramite Lui, con l’aiuto di chi potremo davvero compiere il nostro «essere santi»?[xv]Purtroppo, sembra che nomi da sostituire o affiancare a quello di Cristo Gesù non manchino, anzi se ne aggiungono continuamente di nuovi. Si dice che non si tratta di veri e propri sostituti; e tuttavia ci si propongono apertamente altri mediatori fra noi e il Padre. Il Vangelo dell’unico Signore è il Documento che attesta una realtà fondante per la confidanza del singolo e per l’unità della fede dei credenti:«Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti». (1 Timoteo 2, 1-6)Con quale rispetto verso Cristo potremo rivolgerci ad altri signori, mediatori, intercessori i quali, per quanto buoni e lodevoli, non hanno dato se stessi come prezzo per riscattarci dal male? Se davvero vogliamo avere vita e nutrire speranza di salvezza, a chi mai ci affideremo se non a Colui che è Signore unico? [tratto dal saggio L’unità dei credenti (2000), che può essere richiesto gratuitamente]  [i] 2 Timoteo 3, 19.[ii] Matteo 18, 20. [iii] Paolo ricorda che il credente cammina «per fede e non per visione» (2 Corinzi 5, 7). Ai cristiani d’Asia Pietro scrive che essi, «pur non avendo veduto» Gesù, lo amano, credono in lui, gioiscono in lui con una «allegrezza ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime» (1 Pietro 1, 8-9). Il visibile depriva la fede, non le aggiunge proprio nulla.[iv] Giovanni 8, 32-59. [v] «Io [Gesù] sono la porta; se uno entra per me sarà salvato» (Giovanni 10, 9).[vi] Salmi 119, 105. [vii] 2 Timoteo 3, 16-17. [viii] 1 Corinzi 15, 28. [ix] 1 Corinzi 15, 58. [x] Il N.T. presenta i discepoli come «schiavi» di Cristo ( Matteo 6, 24; Romani 1, 1; il verbo doulòo – sost. doulos – significa rendere qualcuno «schiavo»). Pertanto, catene di varia natura – economica, morale, prescrittiva, tradizionale – sconosciute al Vangelo, ma adottate spesso dalla religiosità umana per avvincere e legare, dovrebbero essere sciolte in favore di un più genuino «servizio» rivolto al Signore e al prossimo.[xi] Atti 2, 37. [xii] Matteo 25, 40. [xiii] L’affermazione secondo cui chi osserva la parola di Cristo non muore (spiritualmente) solleva l’ira degli interlocutori di Gesù che lo prendono per folle. All’offesa, egli risponde: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono» (Giovanni 8, 58; cfr. Esodo 3, 14).[xiv] Tale è la mentalità che può formarsi alla scuola degli apostoli i quali, per dirla con Paolo, hanno «la mente di Cristo» (1 Corinzi 2, 16). Accostarsi al N.T. significa entrare in questa scuola per apprendervi un modo nuovo di pensare.[xv] Scrive Paolo: «Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio» (2 Corinzi 7, 1).

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Se ricercando l’unità fra credenti, ci chiediamo quali furono – e quali potrebbero essere tuttora – i fondamenti dell’unità in Cristo, la risposta può trovarsi in una lettera scritta da Paolo apostolo alla comunità efesina. Eccone un brano particolarmente intenso nel quale l’unità umile, proposta da Cristo, è costituita da sette unità elementari unificanti: «Io dunque, il prigioniero del Signore, vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello Spirito col vincolo della pace. Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. Vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti». (Efesini 4,1-6)

Ritroviamo qui la realtà della vocazione/chiamata rivolta ai «gentili» (le genti), cioè agli «stranieri, chiamati incirconcisi» dagli Ebrei. C’è una dignità della chiamata che va salvaguardata con sforzo personale e mutuo fatto di umiltà, dolcezza, pazienza, amorevole sopportazione, pace. Sono questi i tendini che vincolano il «corpo» (chiesa) all’unità. Reciderli significa generare indegnità rispetto alla vocazione del Vangelo.

il primo elemento agglomerante è il fatto che vi sia «un solo corpo» di Cristo
. Vi è un solo popolo del Signore, vi è una chiesa soltanto. I cristiani d'ogni epoca faranno del tutto per disubbidire in vario modo a questa realtà: creeranno chiese e chiesuole, costituiranno conventicole e gruppi, stabiliranno ordini e congregazioni, attiveranno confraternite e denominazioni, istituiranno sètte e confederazioni religiose…

La realtà non superficiale è: «Il Signore conosce [in senso profondo, completo] quelli che sono suoi».[i] Non a caso il contesto di questo brano presenta le inutili dispute parolaie e le deviazioni dalla verità, in contrapposizione alla parola di verità rettamente proposta in un «utile servizio al padrone». Il corpo unico che ha per membra i credenti sarà sempre costituito da quei pochi, o da quei molti,
che preferiscono Cristo al plauso del mondo,
che lavorano per la costruzione morale/spirituale e non per la faziosità,
che servono Dio senza vendersi come meretrici alle simpatie degli uomini,
che preferiscono esser derubati piuttosto che derubare,
che scelgono di rimetterci di tasca propria piuttosto che frodare,
che vogliono chiedere e approfondire piuttosto che tacere e ignorare,
che accolgono sapienza e onestà rigettando ignoranza e instabilità,
che ricercano per poter trovare,
che evitano come peste la superficialità e la banalità delle azioni e dei pensieri,
che scelgono franchezza e saggezza invece che pregiudizio e stoltezza,
che vogliono ricordare invece che dimenticare,
che vogliono spendersi per Cristo invece che accumulare per se stessi,
che scelgono di pentirsi facendo frutti degni di ravvedimento, invece che cercare complici,
che danno peso alle parole perché scelgono di seguire la Parola,
che con timore e tremore godono della Presenza del Cristo «in mezzo a loro», rispettandone l’autorità autorevole per scelta amorevole, umile, eppure serissima.[ii]

La storia ha designato uomini come capi di chiese: re, successori, predecessori, potenti. Dietro gli epocali problemi dottrinali – come dietro le questioni più modeste e provinciali – che hanno diviso e sconvolto, spesso vi è stata una carenza patologica di umiltà, un’assenza di mansuetudine, una latitanza di pazienza e di amorevole sopportazione gli uni verso gli altri, una smodata brama di potere, un culto dell’invidia: sono questi i problemi reali da affrontare e discutere e risolvere, senza trascurare quelli.

Il capo nobile dell’unica chiesa è stato sempre, e sarà sempre, il Cristo: né capi umani possono renderlo visibile,[iii] né vicari umani possono farne le veci. L’unità dei credenti non necessita dei primi, non si affida ai secondi. Il capo unico del corpo unico è un Altro.

Il secondo fulcro unificante è «il solo Spirito».
Vi è davvero uno Spirito unico in grado di raccogliere attorno a Sé i credenti: e questi può essere soltanto lo Spirito del Risorto. Infatti la chiesa è un edificio spirituale progettato e realizzato secondo un design antico:

«Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito». (Efesini 2,21-22)

Soltanto questi è Spirito di verità. Soltanto lo Spirito della vita libera dal male. Gesù osa dire ad alcuni credenti: «Voi conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi»: liberi da una mentalità sbagliata, da un modo errato di impostare la vita e di soppesarne i valori; in altre parole la verità vi libererà dal male di cui siete schiavi. I suoi troppo nobili interlocutori si offendono, lo prendono per pazzo, cercano di ucciderlo.[iv]

Eppure proprio questo attesta lo Spirito del Vivente che invita i credenti a cambiare mentalità. Quando la chiesa/sposa di Cristo è docile alla Parola, ecco che le sue espressioni di invito si accordano con lo Spirito del suo Signore: «Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati quelli che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e per entrare per le porte della città! (…). Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni». E chi ode, dica: «Vieni». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda dell’acqua della vita». (Apocalisse 22,17)

Perché mai i credenti dovrebbero anelare a spiriti diversi per ottenere la libertà dal male? Perché mai farci distrarre da altri spiriti che, per quanto alti e nobili, sono pur sempre umani, spiriti di creature, come noi stessi: spiriti di defunti, spiriti di viventi, spiriti elevati da altri uomini, spiriti riconosciuti ed esaltati nel mondo, ma pur sempre bisognosi essi stessi dell’unico Spirito. Perché mai ricercare altri spiriti quando «la porta»[v] che conduce all’unico Spirito è perpetuamente spalancata dinanzi a ciascuno: la Sua parola è limpida, il Suo messaggio aperto, la Sua volontà svelata: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. (…) Venite a me, voi tutti che siete affamati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero». (Matteo 11,25-29)

è
soltanto quest’unico Spirito che deve permeare la vita dei credenti. Egli è, anzi, la vita stessa della comunità. La Parola sua è tuttora «lampada al mio piede»;[vi] l’apostolo ricorda che «tutta la Scrittura è ispirata-da-Dio, e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona».[vii]

I credenti sono pure uniti in «una sola speranza».
La speranza cui sono chiamati è speranza di vita col Signore. L’apostolo scrive ai cristiani dell’Asia Minore: «Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la resurrezione di Gesù dai morti, per una eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi». (1 Pietro 1,3)

Il credente è «salvato in speranza». Persino le «sofferenze del tempo attuale» – gravi, inaccettabili, vergognose, scandalose, contro le quali il credente si batte qui e ora – sono imparagonabili rispetto alla speranza di libertà dalla corruzione; speranza di liberazione dalla vanità che avvolge ogni cosa, gli affetti più saldi come gli odii più antichi; speranza di adozione completa dei credenti; speranza riposta nello Spirito del Risorto affinché venga in aiuto alla incredulità nostra; speranza in un inseparabile amore di Dio: al di là della morte e della vita, al di là del presente e del futuro.

«Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l’aspettiamo con pazienza». (Romani 8, 24-25)

Quando davvero si spera qualcosa non ci si lascia distrarre, ma si agisce per ottenerla. L’oggetto ultimo della speranza del cristiano è la vita spirituale con il Padre, è l’abbraccio di Dio, è il giorno in cui «Dio sarà tutto in tutti».[viii] Chi coltiva tale speranza non si lascia abbagliare da chimere materialistiche, ben sapendo che questo mondo non è meta finale del credente. Ma prima che la fiducia sperante naufraghi dolce nel mare dell’Amore, Dio rende forti qui e ora le braccia di quanti partecipano a un’abbondante opera Sua, braccia consapevoli che la fatica dei credenti non è vana «nel Signore».[ix]

«Vi è un solo Signore»: ecco il quarto elemento unificante.
Se il termine Signore non fosse oggi di uso comune, forse lo si riuscirebbe ancora a pronunciare con un certo timore sul labbro e una qualche consapevolezza nel cuore. I cristiani sono tutti fratelli. I cristiani sono anche tutti, proprio tutti, servi – ma bisognerebbe dire schiavi[x] – di un unico «Signore». Non a caso Pietro conclude quel suo discorso, nel giorno della pentecoste ebraica dopo la resurrezione, con parole alte, ma accusatorie: «Sappia dunque sicuramente tutta la casa d’Israele che Dio ha fatto e Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».[xi] La persona consapevole del proprio errore, se ne ravvede, e si mette a servire Cristo. Occorre comprendere meglio il senso della vita del credente, che sta tutto nel servizio verso il prossimo, dentro e fuori la comunità dei credenti. È il prossimo infatti la sola immagine, l’unica somiglianza vivente, che il Signore ha lasciato di sé: «(…) ciò che avrete fatto a uno di questi minimi lo avrete fatto a me».[xii]

È Dio stesso che fa di Gesù il Signore: qui e oggi. E ciò per un motivo buono e fondante: Lui solo è il crocifisso-e-risorto. Non il crocifisso, come vuole la nostra consolidata mentalità religiosa, bensì il crocifisso-e-risorto. Quindi il Vivente Figlio del Dio della Vita; il Signore: che fu crocifisso, ma che oggi e sempre è vivente. Dunque: non il fu Gesù Nazareno, ligneo crocifisso, bensì colui che è,[xiii] vivo e perfettamente in grado a tutt’oggi di esercitare la propria Signoria: dire la sua con autorità autorevole, consigliare, persuadere, insegnare, ragionare, ammonire, rimproverare, correggere, educare, ordinare, sollevare eccezioni, discutere, far progredire sulla via della spiritualità la persona che si forma alla luce di una mentalità affatto nuova,[xiv] quella del Risorto:

«Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il vangelo di Dio, che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la resurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo nostro Signore (…), a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati ad essere santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo». (Romani 1, 1)

Quale altro signore può vantare una dichiarazione altrettanto alta e potente? E, persino prescindendo dalla resurrezione, chi osò umiliarsi fino a una morte tanto vergognosa quanto immeritata? Se non tramite Lui, con l’aiuto di chi potremo davvero compiere il nostro «essere santi»?[xv]

Purtroppo, sembra che nomi da sostituire o affiancare a quello di Cristo Gesù non manchino, anzi se ne aggiungono continuamente di nuovi. Si dice che non si tratta di veri e propri sostituti; e tuttavia ci si propongono apertamente altri mediatori fra noi e il Padre. Il Vangelo dell’unico Signore è il Documento che attesta una realtà fondante per la confidanza del singolo e per l’unità della fede dei credenti:

«Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti». (1 Timoteo 2, 1-6)

Con quale rispetto verso Cristo potremo rivolgerci ad altri signori, mediatori, intercessori i quali, per quanto buoni e lodevoli, non hanno dato se stessi come prezzo per riscattarci dal male? Se davvero vogliamo avere vita e nutrire speranza di salvezza, a chi mai ci affideremo se non a Colui che è Signore unico? [tratto dal saggio L’unità dei credenti (2000), che può essere richiesto gratuitamente]


[i] 2 Timoteo 3, 19.

[ii] Matteo 18, 20.

[iii] Paolo ricorda che il credente cammina «per fede e non per visione» (2 Corinzi 5, 7). Ai cristiani d’Asia Pietro scrive che essi, «pur non avendo veduto» Gesù, lo amano, credono in lui, gioiscono in lui con una «allegrezza ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime» (1 Pietro 1, 8-9). Il visibile depriva la fede, non le aggiunge proprio nulla.

[iv] Giovanni 8, 32-59.

[v] «Io [Gesù] sono la porta; se uno entra per me sarà salvato» (Giovanni 10, 9).

[vi] Salmi 119, 105.

[vii] 2 Timoteo 3, 16-17.

[viii] 1 Corinzi 15, 28.

[ix] 1 Corinzi 15, 58.

[x] Il N.T. presenta i discepoli come «schiavi» di Cristo ( Matteo 6, 24; Romani 1, 1; il verbo doulòo – sost. doulos – significa rendere qualcuno «schiavo»). Pertanto, catene di varia natura – economica, morale, prescrittiva, tradizionale – sconosciute al Vangelo, ma adottate spesso dalla religiosità umana per avvincere e legare, dovrebbero essere sciolte in favore di un più genuino «servizio» rivolto al Signore e al prossimo.

[xi] Atti 2, 37.

[xii] Matteo 25, 40.

[xiii] L’affermazione secondo cui chi osserva la parola di Cristo non muore (spiritualmente) solleva l’ira degli interlocutori di Gesù che lo prendono per folle. All’offesa, egli risponde: «In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono» (Giovanni 8, 58; cfr. Esodo 3, 14).

[xiv] Tale è la mentalità che può formarsi alla scuola degli apostoli i quali, per dirla con Paolo, hanno «la mente di Cristo» (1 Corinzi 2, 16). Accostarsi al N.T. significa entrare in questa scuola per apprendervi un modo nuovo di pensare.

[xv] Scrive Paolo: «Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio» (2 Corinzi 7, 1).